Crazy Love
Shinya
**
Il sangue alla testa.
La rabbia che fa fremere il corpo.
E’ tutto confuso.
Tutto pauroso.
Niente è chiaro.
Solo la rabbia.
Solo quell’immensa rabbia che gli stava facendo esplodere il cuore.
“VAFFANCULO!”.
“Smettila di insultarmi! Fammi spiegare!”.
Un’implorazione, ancora…
Ma lui non vuole sentirne.
Non più.
“Spiegare cosa? Eh? Non c’è niente da spiegare! E’ più che chiaro ciò che ho visto coi miei stessi occhi!”.
“Ho sbagliato, lo so!”.
Un’ammissione senza significato.
“Dammi un’altra possibilità!”.
“Potevi pensarci prima”.
Non ne poteva più.
Voleva andarsene.
Fuggire.
Togliersi dalla vista quel viso che ora stava odiando.
Quel viso che aveva amato, anima e corpo, ma che ora non voleva nemmeno avere davanti.
“Ti prego…”.
Ancora quel tono mesto, sofferto.
Ma lui non lo avrebbe perdonato.
Non ora.
Non dopo quello.
Non dopo che l’aveva visto con un altro.
Non poteva…
Qualsiasi cosa sarebbe stata vana, da quel momento in poi.
“Io me ne vado”.
Lo annuncia con tono pacato, come se stesse parlando del tempo, come se la cosa non lo riguardasse.
“Cosa?”.
E’ impaurito, terrorizzato, ma a lui non importa.
“Non è più casa nostra” continua, freddo “Tieniti l’appartamento, non mi importa. Passerò a prendere le mie cose”.
“E’ nostro! L’abbiamo comprato insieme!”.
“Non più”.
“Parliamone!”.
“No”.
Sbatte la porta, rabbioso, confuso, dispiaciuto, ferito.
Non sa più cosa provare.
Sa solo che il cuore gli sta esplodendo in petto, che già gli manca, che già sa che non potrà vivere senza quel dolce amore vicino…
Quando Kame aprì gli occhi, la prima cosa che gli si parò davanti fu il soffitto bianco della sua camera.
Era tornato da pochi giorni in quell’appartamento e anche se non era stato via per troppo tempo, gli appariva tutto diverso.
Forse, semplicemente perché quello ad essere davvero cambiato era lui.
Non aveva una percezione chiara di dove finisse il vecchio Kazuya e cominciasse quello nuovo, sapeva solo che si sentiva diverso.
Forse più consapevole di se stesso.
Più provato dalla vita, più vissuto.
Non lo sapeva, sapeva solo che non era più il Kame di qualche mese prima.
E se era cambiato tanto, la colpa era solo di quell’idiota che gli aveva rubato il cuore anni prima…
Era solo e soltanto colpa di Jin se lui si sentiva così male, così depresso, così infelice.
Era solo e soltanto colpa del Bakanishi se lui continuava a provarci con questo o quell’altro senza concedersi a nessuno ma provocando, giocando col sesso come un bambino gioca con una macchinina.
Si fingeva innocente quando il suo unico scopo era ferirlo.
Ferirlo più che poteva, fargliela pagare.
Sentire gli occhi accusatori di Jin sulla pelle mentre lui si strusciava su Koki o Maru o Junno.
Non gli importava di chi fosse e tanto meno dell’immagine che gli altri potevano avere di lui.
Kame voleva solo far provare a Jin quello che lui aveva provato (e continuava a provare) sulla sua pelle.
Voleva fargliela pagare per tutto il male e la sofferenza che gli aveva provocato col suo comportamento sconsiderato e privo di morale.
Non aveva mai riflettuto prima di agire, Jin, e i fatti lo dimostravano.
Erano stati insieme per tanto tempo, eppure Jin lo aveva tradito lo stesso.
Jin era andato a letto con YamaP e poi con donne e uomini, così tanti che aveva perso il conto e di cui non ricordava nemmeno il nome…
Sapeva solo che era stato tradito innumerevoli e sofferte volte.
Ma non gli importava.
Quella che più l’aveva ferito era stata la prima volta, quando Jin era andato al mare con YamaP e lì, sulla spiaggia dove si erano dati il primo bacio, Jin aveva baciato Tomohisa senza pensare a lui.
Lì, proprio lì.
Nella stessa spiaggia.
In quel luogo sacro della loro storia d’amore.
Lì
L’aveva tradito la prima volta.
Subito l’aveva lasciato e Jin si era buttato su chiunque gli capitasse a tiro.
Era stato più volte sul punto di perdonarlo, ma poi non l’aveva mai fatto.
Sapeva che, se anche fossero tornati insieme, lui guardando Jin avrebbe sempre visto quell’ombra.
E allora non sarebbe mai stato in grado di amarlo completamente.
Tuttavia, anche se sapeva di odiarlo per quello, ormai erano passati molti anni.
Erano cresciuti (Jin perlomeno ci aveva provato…) e avevano avuto altre storie e altri amori.
Ma al contrario di Jin, Kame non era riuscito mai ad andare a letto con qualcun’altro.
Magari si era spinto più in là di qualche bacio, ma un rapporto completo lo aveva sempre rifiutato sia con uomini che con donne.
Si odiava per questo.
Non riusciva a lasciarsi andare con nessun’altro che non fosse Jin.
Infatti sapeva che se Jin gli avesse chiesto di fare l’amore, lui si sarebbe buttato tra le sue braccia senza pensarci due volte.
In fondo, anche se voleva negarlo a tutti i costi, non aveva mai smesso di amare il suo Jin…
Si alzò, rabbioso con se stesso, e buttò via le coperte facendole cadere oltre la sponda del letto.
Il piumone si posò molle sul tatami (*1) che accolse anche i piedi infreddoliti di Kazuya.
Si levò in piedi e tirò sul letto il piumone, compiendo il gesto precedente al contrario.
Ecco cosa gli succedeva a pensare a Jin…
Diventava stupido e inconcludente!
Decise quindi di lavarsi, vestirsi, riempirsi lo stomaco con qualcosa di almeno vagamente commestibile e di prendere la metro, direzione Shinjuku (*2).
Che ci andava a fare ad Shinjuku?
Ci abitava anche Jin, è vero, ma non andava lì per lui.
Andava dal suo fratellino, Yuya (*3), che aveva da poco acquistato un appartamento vicino alla stazione.
I loro genitori non erano stati molto felici della cosa…
Ma d’altronde Yuya era ormai grande abbastanza per decidere da solo della sua vita e Kazuya l’aveva spalleggiato, felice che il fratello prendesse le redini della propria vita.
Lui era cresciuto tantissimo da quando viveva da solo, molto più che cullato dal nido famigliare.
D’altronde, quando si vive da soli, si deve imparare a contare solo sulle proprie forze…
Ed è quando si fa questo che si diventa più forti, che si matura.
Kame era cresciuto così.
E voleva che anche suo fratello diventasse forte, per poter affrontare le avversità che la vita gli avrebbe parato davanti inesorabilmente.
Lui si era salvato grazie alla sua forza…
Se fosse stato debole, i comportamenti di Jin l’avrebbero ucciso.
In un certo senso, se era diventato così forte e autosufficiente, lo doveva proprio alla fonte di tutti i suoi problemi…
Sospirò.
Era stanco di pensare sempre a Jin e a quanto lo amasse.
Era stanco di starsene lì a rimuginare su quanto la vita fosse ingiusta con lui.
Si diceva continuamente di pensare al domani, ma puntualmente tornava a guardarsi indietro.
A guardare quelle pupille marroni, intense e dolci, fissarlo giocose con quell’aria spavalda e un po’ egocentrica.
Scosse la testa.
“BAAASTAAA!” urlò, stringendosi i capelli, scotendo la testa come un pazzo.
Quando si rese conto di dove effettivamente si trovasse, fissò tutti i passeggeri del vagone della metro con la bocca spalancata.
I passeggeri lo guardavano stralunati e nessuno era in grado di fiatare.
Fino a che un bambino, stretto alla gamba della mamma, non chiese: “Mammina… quel signore ha una faccia proprio strana… sta bene?”.
“E’ un maniaco. Vieni via” disse la donna, prendendo in braccio il figlio e cambiando vagone.
Un…
MANIACO?
Ma come si permetteva, quella vecchia megera?
Lui non era un maniaco!
Era solo un pazzo maniacale!
La differenza era bella profonda!
“Gomenne… (*4)” sussurrò.
Gli altri presenti nell’abitacolo abbozzarono un sorriso.
Un signore si azzardò anche a dire: “Di nulla” mentre si alzava e seguiva la donna col bambino.
Kame sbuffò per l’ennesima volta tornando a guardare la città che scorreva veloce sotto i suoi occhi stanchi.
Ecco cosa portava pensare a Jin…
Sofferenze…
E figuracce!
Era l’influsso del Bakanishi sicuro!
O forse era il bacio che aveva dato a Junno sul palco l’altra sera ad avergli trasmesso tutta l’idiozia presente nel suo compagno di band?
Ripensandoci dovette ammettere che baciare Junno non era stata una mossa furba considerando lo sguardo perforante che gli aveva rivolto Ueda, trafiggendolo da parte a parte.
E va beh…
Tanto poi non è che ce l’avesse prese…
Ce le aveva prese Junno, in compenso, e tante e tanto forti, ma questi erano puri dettagli…
“Fermata Shinjuku. Zona centrale” annunciò la voce metallica dell’altoparlante.
Kame quasi cadde quando la porta si aprì, confermando ai passeggeri rimasti che il suo stato mentale non era dei migliori.
Sbuffò per la trecentesima volta in quell’inizio di giornata.
Era così annoiato e apatico che non sapeva nemmeno se quella che stava percorrendo era la strada giusta.
Si rilassò quando vide il palazzo bianco ed elegante del fratello, moderno e dalla parte opposta a dove abitava Jin.
Bene…
Quando arrivò davanti alla porta d’ingresso di casa di suo fratello, avvertì un vago senso di disagio.
Non riusciva a capire da cosa fosse dovuto, soprattutto perché suo fratello non aveva dato segni di squilibrio mentale negli ultimi giorni, tuttavia un peso opprimente gli stringeva il petto.
Sbuffò.
Smettila di farti tutte queste paranoie…, si disse.
Quindi sbuffò di nuovo per poi bussare, seppur con un attimo di esitazione.
Sentì del trambusto provenire dall’interno dell’appartamento e la voce di suo fratello imprecare come non mai.
Kazuya sorrise, immaginando suo fratello sbattere contro qualsiasi cosa avesse nell’ingresso (cosa fosse lo ignorava, considerando che non aveva mai visto oltre la facciata del palazzo).
Sentì la serratura scattare e vide Yuya fare capolino da dietro l’uscio.
Era spettinato, con i vestiti smessi e un rossore sospetto sulle guance.
Kame lo fissò basito prima di chiedere: “Ma c’è una donna?”.
“Ma cosa ti viene in mente, Kazu-chan!” esclamò Yuya, arrossendo ancor di più.
“No, perché se era per una donna, finalmente riuscivo a spiegarmi questa tua repentina decisione di cambiare casa…” commentò Kame, tranquillo ma sarcastico.
“Simpatico…” bofonchiò Yuya, arricciando la bocca carnosa in un modo molto simile a quella di Kame.
Infatti i due fratelli si somigliavano molto, soprattutto nell’aspetto.
Erano entrambi castani, col naso dritto e la bocca carnosa.
Anche la statura era simile, come la corporatura, nonostante Kame fosse molto più magro del fratello.
Infatti ultimamente mangiava sempre meno.
Quando le cose andavano male con Jin, lui perdeva l’appetito.
E ora le cose erano così disastrate da essere quasi deprimenti.
E Kame era depresso…
Parecchio…
Per questo non mangiava.
Al contrario di Jin che invece più si deprimeva e più aveva voglia di mangiare (ecco spiegati i rotoli di ciccia in più sul suo corpo meraviglioso…) (eh, sì… a Kame piaceva anche col doppio mento!) (era davvero un caso disperato…).
Anche in questo erano diversi.
Lo erano in tutto, ma per quanto diversi riuscivano ad essere complementari.
Si capivano con un solo sguardo, lui e Jin, ma erano talmente testardi e orgogliosi da non riuscire a chiedere scusa.
Soprattutto Jin non ci riusciva.
Kame aveva chiesto scusa e detto “Mi dispiace” molte volte ma mai aveva sentito una frase simile da parte di Jin.
Jin non riusciva a chiedere scusa né tanto meno a dire “Mi dispiace”.
Proprio a causa di questo le cose tra loro andavano così male.
Se solo Jin avesse detto “Scusa” o “Mi dispiace”, Kame l’avrebbe perdonato senza pensarci due volte…
“Cosa ti porta qui?”.
La domanda di Yuya riportò Kame alla realtà.
“Ti do fastidio?” indagò Kame, sfregandosi le mani l’una contro l’altra.
“Ma scherzi?” esclamò Yuya, afferrando suo fratello maggiore per un braccio per spingerlo ad entrare “Sono felice che tu sia qui!” sorrise.
Kame annuì ed entrò.
Si tolse le tennis e infilò le ciabatte verdi di pelo che suo fratello gli aveva poggiato sul parquet dell’ingresso, esattamente davanti ai suoi piedi.
Le sentì morbidissime e soffici ai suoi piedi e un sospiro beato sfuggì dalle sue labbra.
“Vieni, dai! Ti faccio vedere casa!” esclamò Yuya, camminando svelto per il corridoio e voltandosi a guardare Kazuya distrattamente.
Ma Kame lo bloccò per un braccio.
“Che c’è?” chiese Yuya, fermandosi sorpreso.
“Non mi hai ancora spiegati perché sei in questo stato…” commentò Kame, fissandolo dal basso verso l’alto “Se non è stata una donna cosa è stato?” indagò.
“Sei noioso” commentò il più piccolo dei fratelli Kamenashi.
“Sono tuo fratello. E ti conosco” obiettò Kame.
Yuya sbuffò: “Okay, okay… te lo dico…”.
“Ecco, bravo…” annuì Kame, compiaciuto.
“Mi stai facendo passare la voglia…” commentò Yuya, aggrottando le sopracciglia.
Kame lo fissò malamente, puntellando le mani sui gomiti.
“E va bene!” sbraitò Yuya, irritato “Ho avuto un piccolo… uhm… incontro ravvicinato con dei delinquenti, diciamo…”.
“EH?” urlò Kazuya, sbarrando gli occhi “E STAI BENE?” chiese, tastando le braccia del fratello.
“Sì, sto bene” annuì, prima che una voce profonda e curiosa risuonò estranea nell’appartamento: “Kamenashi-kun, cosa succede?”.
I due fratelli si voltarono contemporaneamente verso la direzione della voce.
Kame con faccia sbalordita e Yuya quasi afflitto, pronto a ricevere tutta l’ira di suo fratello una volta che quest’ultimo avesse saputo la verità.
“Tutto bene, Sho-kun” rispose il più piccolo dei Kamenashi con un sorriso.
“E lui chi è?” chiese Kazuya, allibito.
“Il mio salvatore” sorrise ancora Yuya.
“Konnichiwa… (*5)?” disse il ragazzo che a quanto pare si chiamava Sho, con tono interrogativo, chiedendo tacitamente il nome del terzo figlio dei Kamenashi.
“Sono Kazuya, il fratello maggiore di Yuya” si presentò Kame, con un leggero inchino.
“Piacere, Kamenashi-kun… Sho desu (*6)” si presentò il ragazzo, alto e moro, estremamente bello e accattivante.
“Non ha un cognome?” indagò Kazuya, rivolto al fratello.
“Preferisco non dire il mio cognome, Kamenashi-kun” rispose Sho tranquillamente.
Kame lo fissò.
Non gli piaceva.
Neanche un po’.
Certo, aveva salvato suo fratello e di questo non poteva che ringraziarlo, ma perché ora si trovava a casa sua?
Magari non era niente di strano.
Magari Yuya, per ringraziare Sho del suo intervento, gli aveva offerto un caffé in casa…
Ma perché in casa e non al bar?
Decise di indagare.
“Quindi ti ha aiutato?” chiese Kazuya.
“Sì” disse Yuya “Stavo uscendo dalla metropolitana e un branco di brutti ceffi mi si è avvicinato… hanno preso ad infastidirmi e alla fine ce le stavo pure per prendere… ma è arrivato Sho e li ha mandati via… e senza troppi spargimenti di sangue…” spiegò.
Kame guardò in viso Sho e notò solo piccole escoriazioni vicino alle labbra e uno zigomo arrossato.
Si ritrovò a considerare che davvero non gliene fregava nulla se il ragazzo stava bene o no, bastava solo che suo fratello fosse tutto intero e a parte qualche vestito sgualcito, sembrava ancora perfettamente sano.
Mentalmente tirò un sospiro di sollievo.
“Bene” annuì, poi si rivolse a Sho “Grazie per l’aiuto. Ora ci penso io a mio fratello”.
Sho lo fissò in silenzio per un attimo, sbarrando gli occhi, poi si voltò verso Yuya.
Lo stesso fece Kame, con un sopracciglio alzato e l’aria di chi ne voleva assolutamente sapere di più.
“Che succede?” indagò ancora.
“Ecco…” inizio Yuya, riluttante “A dire il vero ho detto a Sho di stare qui da me… per un po’…”.
“COSA?” sbraitò Kamenashi “E PERCHE’?”.
“Beh, ecco…” riprese Yuya, spalmandosi sempre più contro la parete del corridoio, desideroso di diventare anch’egli un insieme di intonaco e stucco.
“Ho perso casa e non so dove andare” si intromise Sho.
“Un albergo, magari?” chiese Kame, ironico.
“Ma mi ha aiutato! Mi sembra il minimo!” si espresse Yuya.
“Ci sono anche i ponti, volendo…” continuò Kazuya, non badando minimamente al fratello.
“KAZU-CHAN!” urlò Yuya, isterico.
“Le mie erano solo constatazioni” commentò Kazuya.
“Sei scortese!” ribadì Yuya.
“Beh, comunque Sho non può stare qui!” insistette Kame.
“E perché no, se è lecito saperlo?” domandò il minore della famiglia Kamenashi.
“Come pensi che reagirebbero mamma e papà davanti ad una notizia simile?” inquisì Kame “Ti hanno dato fiducia lasciandoti stare da solo e tu neanche tre giorni dopo che ti sei trasferito ti porti a casa uno sconosciuto!”.
“Ma io lo conosco” rispose Yuya, asciutto.
“Yuya, fino a tre secondi fa non l’avevi mai visto in vita tua…” disse Kame, esasperato, strofinandosi la fronte con le dita.
“Beh, teoricamente è così” disse Sho, in aiuto di Yuya, che annuì.
Kame li fissò.
Erano impazziti?
Che andavano blaterando?
Ma si sentivano?
Capivano da soli cosa stavano dicendo?
Si rendevano conto di essere fuori di testa?
“Qualcuno vuole spiegarmi che diavolo succede?” chiese Kazuya, letteralmente esasperato e privo di forze.
“Noi, io e Sho dico, prima di stamattina non ci eravamo mai incontrati” iniziò il più piccolo dei Kamenashi con quel tono calmo e quel sorriso cordiale che lo contraddistingueva “Ma visto il lavoro che fa Sho… beh… sapevo già chi fosse… anche se lui non sapeva assolutamente chi fossi io!”.
“A dire il vero mi sembravi tuo fratello!” rise Sho, indicando Kame.
“Vero? Ce lo dicono in tanti che ci somigliamo!” esclamò Yuya felice, battendo le mani.
“Sì, siete entrambi così carini!” continuò Sho.
“Sei un vero adulatore, Sho!” cinguettò Yuya.
Kame li fissò basito.
“Ehi, voi due… la vogliamo piantare?” disse, con tono irritato, sentendo la vena del collo pulsare furiosamente.
Gli stavano per scoppiare le coronarie, se lo sentiva…
“Scusa…” esalò Yuya, arrossendo vistosamente e guardando terra.
Kame si strusciò le mani sudate sulla maglietta grigia a maniche lunghe.
Yuya fece lo stesso sulla sua maglia nera.
Era un gesto tipico dei maschi della famiglia Kamenashi.
Ogni qualvolta erano nervosi, si asciugavano il sudore sulla maglia, all’altezza della pancia.
“Allora?” chiese Kame.
“Cosa?” chiese a sua volta Yuya.
“Che diavolo di lavoro fa…” continuò, indicando Sho con la testa “… se già lo conoscevi?”.
“Beh, ecco… diciamo che lo vedo spesso…” farfugliò Yuya, arrossendo vistosamente.
“Quindi fa il commesso in un negozio che frequenti spesso?” suppose Kame, completamente ignaro della realtà dei fatti.
“No, lo vedo in televisione…” bofonchiò Yuya.
Kame assunse un’espressione estremamente confusa: “In tv? E dove?”.
“Beh… ecco…” riprese Yuya, farfugliando frasi senza senso non sapendo come dire la verità al fratello.
“Faccio l’attore porno” esclamò Sho, tranquillissimo, infilando le mani nelle tasche sdrucite dei jeans blu, strappati in vari punti della gamba.
“CHE COSA?” urlò Kame, in preda ad un attacco isterico.
Yuya sorrise al fratello, completamente nel panico.
E ora?, si chiese.
Sarebbe morto sotto la furia omicida del fratello, si rispose.
Yuya tremò davanti all’espressione furiosa del fratello che, minaccioso, si avvicinava a gran passi verso di lui.
Kazuya afferrò il suo fratellino per un braccio e lo trascinò in un angolo, sibilando a bassa voce: “Sei impazzito?”.
Il suo tono era isterico.
Stava per prenderlo a ceffoni.
Ma decise di trattenersi (per il momento…).
“No” sussurrò Yuya, con tono impaurito.
“A me pare di sì!” sbraitò Kame.
Quando si rese conto di aver alzato troppo la voce, diede un occhio a Sho che se ne stava ancora immobile e con le mani in tasca a fissarli dall’uscio della porta del salotto, a pochi metri da loro.
Decise quindi di tornare a sibilare contro il suo idiotissimo fratello.
Ma perché aveva sempre a che fare con degli idioti?
E la cosa incredibilmente irritante è che di solito voleva loro molto bene (basti pensare ai suoi fratelli o a quel demente di Jin…).
“E allora mi spieghi perché guardi dei film porno?” indagò Kamenashi, in preda ad una crisi di panico.
Lui non ne aveva mai visto uno, e solo l’idea che suo fratello li vedesse, gli stava facendo scoppiare la testa come in preda ad un attacco di emicrania!
“Beh… la Coat West è una così bella Casa di bonazzi…” si giustificò Yuya, portando le mani avanti.
“La Coat West? E che diavolo sarebbe?” chiese, esasperato.
Non sapeva se ridere del fatto che suo fratello guardasse porno oppure se prenderlo a ceffoni come tanto sentiva il bisogno di fare…
“La Casa di cui Sho fa parte. E’ una sorta di agenzia… funziona come il Johnny’s Entertainment, solo che lì non ti prendono per ballare e cantare ma per fare sesso con altri uomini…” spiegò Yuya, sorridendo col sorriso più raggiante che poteva.
Okay.
Adesso lo avrebbe ammazzato.
Se lo sentiva.
Mentalmente il più giovane dei Kamenashi espresse le sue ultime preghiere e si preparò al peggio.
Chiuse gli occhi, coprendosi la testa con le mani, pronto a ricevere la stilettata di pugni del fratello, ma non avvenne nulla.
Aprì un occhio, socchiudendolo, e vide Kame fissarlo basito.
“Beh?” chiese, impaziente.
“Cosa?” chiese Kazuya.
“Non mi picchi?” domandò Yuya, con il tono di chi quasi desiderava quei ceffoni.
“Non ne ho la forza…” esalò Kazuya, passandosi una mano tra i capelli “Ma comunque se vuoi ti accontento…” esclamò con sguardo minaccioso.
Se fosse stato il personaggio di un fumetto, probabilmente un asterisco luminoso gli avrebbe acceso lo sguardo…
“No, grazie!” si difese Yuya, in fretta e furia.
“Peccato…” continuò a sorridere maligno Kame.
Yuya lo fissò male, ma si sentì più tranquillo: “Non ce l’hai con me?” chiese.
“Perché guardi porno gay?” chiese Kazuya con tono retorico “Da morire. Ma non posso nemmeno prendermela con te per una cosa che fanno tutti gli adolescenti…”.
“Tranne te” constatò Yuya.
“Non farmi pesare il fatto che non ho mai visto un porno…” bofonchiò Kame, arrossendo miseramente.
“Beh, per forza!” rise Yuya “Avevi il Dio del Sesso come fidanzato! Cosa diavolo te ne facevi di un porno?”.
Kame sorrise nonostante qualcosa gli si strinse forte al petto.
Il Dio del Sesso…
Se Jin avesse sentito quel soprannome, probabilmente la sua faccia da schiaffi si sarebbe tramutata in una faccia assai compiaciuta di se stesso…
Infatti Akanishi era molto orgoglioso delle sue capacità amatorie.
E Kame, quando erano fidanzati, decisamente lo era con lui.
Aveva smesso di esserlo quando quel deficiente si era scopato YamaP…
Scosse la testa.
Non doveva più pensarci.
“Sho viene a casa mia” annunciò con tono lapidario.
“Eh?” chiesero in coro Yuya e Sho, sorpresi.
“Sho ti ha salvato e tu gli sei debitore. Ma il tuo debito me lo prendo io” spiegò Kame.
“Ma…” provò a contraddire Yuya, ma Kazuya glielo impedì: “Niente ma! Sho viene a casa con me! Tanto a lui basta avere un posto dove dormire, giusto?” chiese, rivolto all’attore.
“Esatto” annuì lui “Sarà un piacere!”.
“Bene” concordò Kame “Ora fammi vedere questo benedetto appartamento…”.
“Yosh!” sorrise Yuya, brandendo un pugno in aria.
Kazuya sorrise al fratello, già pentendosi della scelta fatta…
Quando Kame aprì la porta del suo appartamento, sentì dietro di lui l’opprimente presenza di Sho.
Deglutì a vuoto.
“Benvenuto…” sussurrò.
“Che bell’appartamento… complimenti…” sussurrò Sho con malcelata agitazione.
Si sentiva un po’ a disagio, in compagnia di Kazuya…
Vivere con Kame non era come vivere con Yuya.
Yuya sembrava tranquillo, un tipo apposto… mentre Kame aveva sì, un’aria pacata, ma si percepiva chiaramente che sotto quello sguardo calmo si scatenava un fuoco immenso, pronto a esplodere come un vulcano.
Era una cosa che aveva percepito sin da subito.
Era stato come un brivido, una doccia fredda.
Si era sentito a disagio, davanti a Kazuya, e non era riuscito ad essere se stesso…
Deglutì anch’egli, mentre si sfilava le scarpe e proseguiva a piedi scalzi sul parquet dell’ingresso.
“Fa come se fossi a casa tua” sorrise Kame “Solo… non entrare nella mia stanza e se proprio è necessario che tu lo faccia, vedi di non toccare niente…”.
Decisamente, si disse Sho, questa sarà una dura convivenza…
“Va bene” annuì, anche se non troppo convinto, storcendo la bocca.
Aaahhh!
Sarebbe stato un supplizio!
Forse rimanere alla Stazione e farsi abbordare da qualche allegra e arzilla vecchietta bisognosa d’affetto che l’avrebbe mantenuto e riempito di tutto ciò che voleva, era il piano migliore.
Ponderò se metterlo in atto, come si era prefisso all’inizio, prima di incontrare Yuya, ma decise che non era il caso…
In fondo lui era gay.
E Kame era un gran bel ragazzo…
Esattamente come aveva avuto l’istinto di provarci con Yuya, adesso aveva l’istinto di provarci col ragazzo che lo ospitava in casa propria.
D’altronde si sa…
Il lupo perde il pelo ma non il vizio…
E lui era di certo un lupo molto spelacchiato!
Sorrise.
In fondo, questa convivenza non sarebbe stata troppo terribile, se tutto andava come voleva.
“Cos’hai da sorridere?” indagò Kame, per nulla tranquillo.
Quel ragazzo gli appariva sempre più strano ogni minuto che passava.
Sho non rispose, scosse solo la testa con un sorriso.
Kazuya percepì in quel sorriso qualcosa che riuscì ad inquietarlo.
Era malsano.
Forse tentatore.
Magari traditore.
Non lo sapeva.
Era solo consapevole del fatto che non riusciva ad essere per nulla tranquillo.
“Beh, allora io mi accomodo…” sussurrò Sho, con uno strano tono di voce che fece drizzare tutti i peli delle braccia al povero Kame.
“Sì, quella lì in fondo è la tua stanza” indicò Kame, riferendosi ad una porta chiusa in fondo al corridoio, sulla destra.
“Oh, ho anche una stanza tutta per me?” sorrise Sho, raggiante.
“Sì” annuì Kame “Quella è la cucina” disse, continuando ad indicare alcune parti di casa “Quello il bagno con la vasca, quello il salotto” continuò, indicando la stanza esattamente davanti all’ingresso “Quello è lo stanzino e questa” disse, aprendo una porta sulla sinistra “E’ la mia camera. Quella esattamente di fronte è un’altra stanza, ma è chiusa a chiave”.
Era la camera matrimoniale.
Quella sua e di Jin.
Quella dove lui non voleva più mettere piede.
Quella in cui aveva lanciato tutti i regali fattegli da Jin o tutto quello che in quella casa gli ricordava Jin.
C’era di tutto in quella stanza.
E lui non voleva più vederli.
Perché sarebbe stato ripercorrere tutti i ricordi che aveva di Jin in quella casa.
E quella era esattamente l’ultima cosa che voleva.
Il dolore sarebbe stato troppo forte.
E lui era stanco di soffrire.
Soprattutto era stanco di soffrire a causa di Jin.
“Tutto bene?”.
La voce di Sho lo riscosse.
Si era fermato a contemplare quella porta chiusa ormai da anni senza accorgersene, come accadeva sempre.
Ma se prima poteva permettersi di farlo perché era solo, ora non sarebbe più stato possibile.
“Sì, tutto bene” annuì, con un sorriso tirato.
Per alcuni minuti, dopo essere tornato alla realtà, ogni volta, si sentiva scombussolato, come se uno strascico di tristezza gli si fosse attaccato alle spalle senza lasciarlo andare.
Era così deprimente…
Si odiava quando accadeva.
Ma non poteva evitarselo in alcun modo, perché purtroppo, per quanto facesse o dicesse, Jin era il suo unico amore.
“Come mai quella stanza è chiusa?” chiese Sho.
“Perché non devo aprirla” rispose Kame, laconico.
Infatti le chiavi della camera erano chiuse, sigillate, in un cofanetto all’interno del suo armadio, nascosto sotto mille vestiti.
Aveva preferito seppellirle, altrimenti avrebbe trovato sempre un pretesto per andarle a prendere ed entrare in quella stanza così piena di ricordi…
“Uhm… capito” annuì Sho, pensieroso.
Kame fu grato a Sho per la sua discrezione.
Rispondere a domande insistenti gli avrebbe dato non poco fastidio.
Lui non voleva parlarne.
Tanto meno con un estraneo.
“Mentre tu metti apposto la tua roba, io preparo la cena, va bene?” chiese Kame, con gentilezza.
“Se vuoi ti aiuto” si offrì Sho.
“No, grazie. Faccio da solo” scosse la testa Kamenashi “Ti piace il Ramen?”.
“Ne vado pazzo” disse Sho, con tono mellifluo, come se intendesse ben altro.
Tuttavia Kazuya non se ne accorse e rispose semplicemente, voltandosi per entrare in cucina: “Vada per il Ramen, allora!”.
Sho aprì la porta della sua stanza con circospezione.
Mise la testa dentro, come timoroso di disturbare, e sbirciò all’interno.
La stanza non era troppo grande, ma aveva una gigantesca finestra proprio di fronte alla porta, con tende blu, che illuminava tutta la stanza grazie ai raggi del sole.
Sotto la finestra, appena scostato dalle tende, vi era un materasso poggiato a terra con sopra un cuscino e un piumone anch’esso blu.
Le federe bianche rilucevano alla luce accecante del sole.
Sho se ne sentì quasi abbagliato.
Socchiuse gli occhi e si portò una mano a coprirli.
Poi continuò a far scorrere lo sguardo sulla stanza e notò il piccolo mobile con due cassetti sulla parete di sinistra, lo specchio verticale poggiato alla parete e un appendi abiti poco più in là.
Nella parete opposta, un piccolo armadio a due ante e una scrivania.
Sho la trovò semplice, ma graziosa.
Adatta per degli ospiti.
Entrò completamente e buttò il suo borsone sul letto.
Aprì la lampo con un gesto veloce, rischiando quasi di romperla, e cominciò a tirare fuori le poche cose che aveva portato con sé.
Sospirò.
Era così triste dover essere lì, a casa di un completo (ma sexy!) estraneo a sfasciare una valigia che non credeva di dover più fare se non per andare in vacanza.
Non si sarebbe mai neanche sognato di doversi ritrovare in ginocchio davanti ad una valigia aperta, su una casa diversa da quella che lui e Hikaru avevano deciso di comprare insieme per viverci e coltivare il loro legame.
Al pensiero di Hikaru si sentì malissimo.
Avevano litigato selvaggiamente neanche la sera prima e Sho se ne era andato di casa, senza sentir ragioni, troppo arrabbiato con lui.
E ora gli mancava.
Gli mancava da matti.
Ma non sarebbe tornato indietro.
Lo sbaglio di Hikaru era stato troppo grande per essere perdonato.
A ripensarci, il sangue gli andò al cervello.
Sentì il corpo bollente e non poté evitare di sferrare un fortissimo pugno contro il materasso.
Ansimò.
Benché il gesto fosse stato tutto fuorché faticoso, la rabbia gli aveva fatto venire il fiato corto.
Venne riscosso dai suoi pensieri quando due colpi rapidi alla porta annunciarono l’arrivo di Kame un attimo prima di vederlo sbucare da dietro la porta.
“La cena è pronta…” sussurrò incerto.
Appena entrato aveva avvertito un’aria strana.
Non sapeva bene cosa aspettarsi.
Ma Sho gli sorrise raggiante: “Arrivo subito!” esclamò, alzandosi.
Kame sorrise, un po’ a disagio: “Okay”.
Una volta in cucina, il silenzio era l’unica cosa percettibile.
Si sentiva solo il rumore metallico delle forchette e quello più ovattato dei piatti.
Né Kame né Sho sapevano esattamente cosa dire.
Non si conoscevano.
Non sapevano nulla l’uno dell’altro, quindi automaticamente non sapevano che argomenti trattare.
Magari, si disse Kame, potrei rimanere su argomenti generici…
“Ti piace il Ramen?” chiese, incerto, sorridendo forzatamente.
“Buonissimo!” rispose Sho con un sorriso, infilandosi un altro boccone nella bocca.
L’avevo capito da come lo stai sbafando…, pensò Kame, trattenendosi a stento dal pronunciarlo ad alta voce.
“Mi fa piacere…” sussurrò Kamenashi, laconico, fissando il piatto quasi vuoto di Sho.
Poi calò di nuovo il silenzio.
Kamenashi, allora, decise di accendere la televisione per vedere cosa dicessero al telegiornale e soprattutto per smorzare un po’ quell’assordante silenzio.
Subito la voce del giornalista riempì l’aria con notizie di uccisioni e incidenti.
Decisamente non le notizie migliori per due depressi come loro.
Li salvò il suono del cellulare di Sho che, poggiato sul ripiano dove stavano mangiando, cominciò a vibrare e lampeggiare.
Sho lo afferrò con un movimento un po’ brusco e fissò il nome sullo schermo.
“Dannazione” bofonchiò, con la bocca piena, a denti stretti.
Kazuya non disse nulla, semplicemente si limitò a fissarlo sorpreso.
Che diavolo succedeva?
Perché quella faccia scocciata?
“Pronto?” quasi ringhiò l’attore, con tono sprezzante, parlando velocemente nel ricevitore.
Un attimo di pausa e poi di nuovo la voce del ragazzo, unita a uno sguardo glaciale: “Non mi interessa” una pausa “No!”.
Kazuya sobbalzò quando il pugno di Sho colpì forte il tavolo di legno nero.
Tutta la vita del suo tavolino gli passò davanti e si rivide, avvinto in un abbraccio rovente, steso con la schiena nuda su quel tavolo che tante volte era stato confortevole e muto spettatore della passione che legava da sempre lui e Jin.
Oppure di quando stavano imbiancando, lui e Jin, e il tavolino era ancora rosso come lo aveva comprato e Jin ci aveva versato sopra tutta la tintura gialla facendolo diventare a macchie come una mucca. Aveva dovuto scartavetrarlo e ridipingerlo di nero, in modo che non si vedessero i colori sotto.
Gli vennero in mente mille cose, mentre la voce tonante di Sho continua a riempire la stanza, sovrastando quella del giornalista: “Non me ne frega un cazzo, Hikaru! Quel che è fatto è fatto! Dovevi pensarci prima!”.
Ah, come le conosceva queste frasi…
Le aveva ripetute mille e mille volte a Jin…
Forse lui e Sho si somigliavano più di quanto volessero ammettere…
“VATTENE AL DIAVOLO!” urlò Sho prima di chiudere lo sportellino del cellulare con forza.
Lo sbatté con una forza incredibile, facendolo crocchiare.
Kamenashi continuò a fissarlo basito prima di azzardarsi a chiedere: “Tutto bene?”.
“No. Non va tutto bene. ‘Fanculo!” sbraitò.
Kazuya alzò le sopracciglia, aspettando il seguito dello sfogo del ragazzo, cercando di capire di più senza essere indiscreto.
“Maledetto me e il giorno in cui ho deciso di fidarmi di lui!” continuò ad urlare Sho, quasi isterico.
Sì.
Lui e Sho si somigliavano proprio…
Aveva perso il conto di tutte le volte in cui si era ripetuto quella frase dopo il tradimento di Jin…
“E’ a causa di questa persona che adesso non hai più una casa?” indagò Kame, parlando senza pensare.
Sho si voltò a guardarlo, fissandolo intensamente, poi si mosse come una furia e, facendo quasi cadere il suo piatto, si slanciò su Kame.
Una furia cieca lo muoveva.
Aveva bisogno di sfogarsi.
Aveva bisogno di non pensare a niente.
Ma soprattutto aveva bisogno di dimostrare a Hikaru che poteva vivere anche senza di lui.
“No…” si oppose Kame, puntando le mani sul petto caldo e affannato di Sho.
“Kame… lasciati andare… lo vuoi anche tu…” sussurrò Sho, suadente, cercando di sfiorare con le labbra quelle di Kame.
“No… non voglio… non posso…” bofonchiò Kamenashi, voltando il viso da una parte, per evitare i baci il più possibile.
“Se continuerai a resistere non potrai farti altro che male…” continuò a sussurrare Sho, col tono che usava nei suoi film per costringere il partner a rilassarsi.
Un tono dolce ma canzonatorio, di chi fa finta di essere gentile e invece vuole solo l’assoluto controllo.
“Sho…” cercò ancora di opporsi Kame, ma il ragazzo lo bloccò: “Sssttthhh” disse, puntando l’indice magro e bello sulla bocca carnosa del cantante “Lasciati andare…”.
Quindi il dito di Sho venne sostituito dalla sua bocca che, fugace, toccò quella di Kame.
Kazuya non si ritrasse, né si mosse.
Rimase lì, con le mani sul petto dell’attore a fissarlo negli occhi.
Sapeva di star sbagliando.
Che non doveva farlo, considerando quello che aveva nel cuore, ma si sa…
La carne è debole.
E la sua era da troppo tempo in cerca di altro calore…
Per questo, all’avvicinarsi del viso di Sho, non si oppose.
Rimase lì ad aspettare quelle labbra carnose e rosse posarsi sulle sue.
E quando queste lo fecero, chiuse lentamente gli occhi.
Quando Sho se ne accorse, subito spinse il viso contro quello di Kazuya, protendendo il corpo muscoloso verso quello molto più esile del cantante.
Kame circondò con le braccia il collo dell’uomo e lo strinse mentre sentiva le loro lingue duellare in un dolce contrasto.
Le mani di entrambi scesero a esplorare ovunque riuscissero ad arrivare e ad un tratto, Kazuya sentì le mani dell’altro farsi sempre più audaci.
Subito, come un fulmine a ciel sereno, sbarrò gli occhi, strinse le labbra e spinse Sho lontano da lui.
Si coprì la bocca con una mano e, rosso in viso, fissò Sho a occhi spalancati.
“Che diavolo credevi di fare?” ringhiò.
“Mi pare che fossi consenziente…” gli fece notare Sho.
Era vero.
Ma come diavolo si permetteva?
Dannazione!
“Vattene al diavolo” disse Kame, a denti stretti “E non provarci mai più!” urlò, sbattendo la porta dietro le sue spalle.
Quando la mattina dopo si svegliò, la testa gli scoppiava.
Anche quella notte era stata terribile, costellata da mille e mille incubi.
Si passò una mano stanca tra i capelli e poi si alzò.
Andò in bagno a lavarsi mentre le scene della sera prima continuavano a riempirgli la testa.
Era questo il motivo per cui non aveva chiuso occhio.
Effettivamente Sho era stato insistente, ma Kame non era una mammoletta!
Sapeva difendersi!
E allora perché non l’aveva allontanato?
Perché non l’aveva respinto?
Sho non aveva sbagliato a fargli notare che lui c’era stato, anche se quell’osservazione gli aveva dato incredibilmente fastidio.
Tuttavia non poteva prendersela con Sho.
Era lui quello che aveva sbagliato.
Sho aveva fatto semplicemente quello che natura gli chiedeva (e doveva immaginarselo da solo che l’attrattiva di Sho per il sesso era cento volte maggiore rispetto a quella di un normale essere umano, considerando il lavoro che faceva…), era stato lui quello a cedere.
Forse era vero che era da troppo tempo che nessuno scaldava più il suo letto.
Forse era davvero troppo tempo che passava la notte da solo.
Ma come poteva andare con qualcun altro se solo l’idea di un bacio lo faceva sentire come se avesse tradito Jin con mille prostitute?
“Merda…” sputò fuori il suo disappunto insieme al dentifricio.
Si asciugò la bocca e chiuse il rubinetto, poi andò in camera e si vestì.
Quando si ritrovò davanti alla porta chiusa della sua stanza, si fermò a fissarla.
Quello era il valico.
Oltre quella porta c’era Sho.
Fino ad ora era stato lì, chiuso e protetto tra le quattro mura della sua camera da letto, ma ora?
Una volta girata la chiave, il Mondo esterno sarebbe entrato.
Si sentiva pronto?
Si sentiva abbastanza sicuro da affrontarlo?
No, si disse, per niente proprio!
Era terrorizzato!
Ma come poteva fare?
O usciva o usciva!
Non aveva alternative, visto che l’aspettava una lunghissima e pienissima giornata lavorativa!
Inghiottì a vuoto e girò la chiave.
Mise la mano sulla maniglia e per un attimo rimase fermo poi, bruscamente, l’aprì.
Fissò la casa davanti a lui, trattenendo il fiato per percepire anche il minimo rumore.
Niente.
Tutto silenzio.
Inghiottì a vuoto e fece un passo avanti.
Si sentiva un deficiente, ma seriamente non sapeva come comportarsi!
Sbirciò attentamente e, rendendosi conto del totale silenzio, prese il coraggio a quattro mani e con la stessa velocità di un gatto assalito da dieci cani prese la porta d’ingresso e uscì.
Quando se la sbatté dietro le spalle, sentì il petto alleggerirsi da un pesante peso.
Ispirò l’aria fresca della mattina e si diresse alla metropolitana per arrivare al lavoro.
Quando giunge agli studio, gli altri KAT-TUN erano già tutti lì.
Lo salutano distrattamente, indaffarati a chiacchierare o a leggere giornali scandalistici.
L’aria che si respirava era allegra, ma meramente impegnativa.
Infatti nessuno aveva voglia di lavorare quella mattina e si vedeva perfettamente.
Kame cercò con lo sguardo Jin e lo trovò seduto al tavolino a mangiare dei dolcetti e a sfogliare attentamente un giornale scandalistico.
Quindi decise di sedersi esattamente al lato opposto della stanza.
Meglio evitarlo, si disse, farsi del male è inutile.
Questo era un pensiero che andava radicarsi sempre più in Kamenashi.
In fondo, ormai l’aveva capito, a Jin di lui non fregava nulla.
Lo dimostravano i litigi appena tornato dall’America o i silenzi accusatori o ancora gli accennati insulti velati di sarcasmo.
Kame non era così follemente innamorato da non vedere al di là del suo naso.
Sapeva bene cosa stava succedendo e ne soffriva, ovviamente, ma che fare?
D’altronde cosa poteva fare?
Jin quasi lo odiava, ormai.
Erano civili, ma non amici, tanto meno amanti e innamorati.
Se ne convinse ancor di più quando, a fine giornata, Jin se ne andò senza degnarlo di uno sguardo.
Sentì qualcosa stringergli nel petto.
Inghiottì.
Basta, si disse per l’ennesima volta.
Kazuya camminava svelto, intenzionato a tornare a casa al più presto.
Quella sera l’aria era davvero fredda e lui portava solo un semplice giacchino.
Stava per morire congelato!
Doveva assolutamente sbrigarsi a tornare prima di ritrovarsi ibernato, anche se l’idea di rivedere Sho non lo entusiasmava troppo…
Certo, in fondo doveva immaginarselo un comportamento simile da parte di uno come Sho…
Era un attore porno, dopotutto, ed evidentemente fare sesso era la cosa che più gli piaceva visto che ne aveva fatto un lavoro!
Però lo disturbava che avesse voluto provarci proprio con lui!
L’unico sollievo lo trovava nel pensare che se fosse rimasto da Yuya, avrebbe tentato di allungare le mani sul suo fratellino che sicuramente ci sarebbe stato, conoscendolo…
Sorrise scuotendo la testa.
Che fratellino assurdo che aveva!
Doveva sempre controllare che non facesse qualche danno!
Alzò gli occhi al cielo e i suoi occhi incontrarono invece un immenso palazzone bianco.
Oh…, pensò mentre la sua bocca si apriva leggermente in un broncio sorpreso.
Era davanti al palazzo dove viveva Jin.
I suoi piedi ce l’avevano portato senza che lui lo volesse.
Sorrise amaramente.
Era davvero un caso disperato…
Guardò verso il portone di ingresso del palazzo e lo vide esattamente uguale a come lo ricordava.
L’aveva attraversato tante e tante volte con Jin, a notte fonda, impazienti di fondersi l’uno con l’altro.
Impaziente come non mai di sentirlo dentro di sé a completarlo come nessuno aveva mai fatto né prima né dopo.
Si sfiorò la pancia, lentamente, con lo sguardo perso nel vuoto, sospirando.
Quei ricordi, dopotutto, facevano ancora molto male.
Riportò lo sguardo sul portone per un ultima rapida occhiata, deciso ad andarsene, ma qualcosa lo bloccò.
Quello che vide lo bloccò.
C’erano Jin e YamaP che, parlando fitto, stavano uscendo dal palazzo dove abitava il componente dei KAT-TUN.
Kame sentì qualcosa stringersi nel petto e nello stomaco e un senso di nausea salirgli prepotente alla gola.
Perché?
Non stavano facendo nulla di male.
Parlavano tranquillamente, sorridendo di tanto in tanto, diretti probabilmente a qualche ristorante vista l’ora.
In fondo poteva considerarsi un comportamento perfettamente normale tra due amici per chi li guardava.
Ma Kame sapeva che non era così.
Sapeva che c’era dell’altro.
Sapeva che quelle schiene vicine non si sfioravano casualmente col braccio.
No…
Non era così semplice.
C’era altro.
C’era stato sesso, probabilmente, e lui aprì la bocca e si tenne la gola, quasi dovesse vomitare.
Non uscì nulla dalla sua bocca, ma si sentì ancor peggio che se avesse dato di stomaco.
Sentiva la bile fin nel naso e quando Jin e YamaP voltarono l’angolo sparendo alla sua vista, sentì le gambe cedere leggermente e fu costretto ad appoggiarsi ad un albero.
Quando quelle terribili immagini finirono di scorrere davanti ai suoi occhi attoniti e sgranati, Kame sentì solo il terreno cedere sotto i suoi piedi.
Perché?
Perché?
Non riusciva a chiedersi altro.
Perché Jin continuava a ferirlo?
Perché non sapeva fare altro?
Perché se c’era Jin di mezzo era tutto così complicato?
Cosa sbagliava?
Perché non riusciva ad essere lui l’unico nel cuore di Jin?
Perché doveva condividere il posto con Yamashita?
Perché?
Perché, merda?
Perché?
“Dannazione…” gemette, con la voce strozzata in gola.
Aveva il forte istinto di piangere, ma non voleva.
Non poteva piangere ancora.
Non per due stronzi che non avevano il minimo rispetto per lui!
Non per Jin che continuava solo a ferirlo.
Non per YamaP che continuava solo a rubargli quello che per lui era più importante della vita stessa!
Non poteva!
Eppure sentì lo stesso lacrime calde bruciargli la pelle congestionata delle guance.
Sentì il loro calore intossicante maltrattarlo.
Sentì il fiato spezzarglisi in gola e un primo singhiozzo arrivare prepotente.
Portò la mano davanti alla bocca per non fare rumore visto che c’erano altre persone che passavano su quella stessa strada, ma la tristezza, la sofferenza, erano troppo forti per fermarsi.
“Merda…” sussurrò con voce flebile.
Nella sua mente continuavano ad affollarsi immagini e pensieri, gli uni scollegati dagli altri, ma tutti avevano come filo conduttore Jin.
Alcuni addirittura pensava di averli dimenticati, e invece erano ancora lì, chiusi in un cassetto del suo cuore.
Sorrise amaro.
Era così patetico…
Probabilmente Jin nemmeno si ricordava più il suo nome di battesimo e lui, invece, ricordava morte e miracoli di quel Bakanishi insensibile!
Si rimise dritto, strofinandosi gli occhi rossi deciso a dirigersi lentamente verso casa.
Con passo stanco percorse i pochi isolati che lo dividevano da casa di Jin al suo appartamento e una volta lì entrò, salutò svogliatamente il portinaio, chiamò l’ascensore e salì al suo piano.
Quando le porte dell’ascensore si aprirono, percorse il corridoio fino alla sua porta, che aprì a sua volta.
Una volta nell’appartamento, la prima cosa che vide furono le scarpe di Sho, lasciate disordinatamente nell’ingresso.
Le fissò intensamente, come in trans, poi con passo spedito si diresse in cucina.
Lo trovò seduto al tavolino, intendo a mangiucchiare del latte con cereali da una ciotola mentre fissava attento la televisione che trasmetteva un programma di pettegolezzi molto in voga quel periodo.
Sbatté la porta alle sue spalle e subito ottenne l’attenzione di Sho.
“Ciao…” iniziò il ragazzo, sorridendo, abbandonando per un momento l’ipnotico movimento che la sua mano compiva da ormai diversi minuti dalla ciotola alla bocca “Come…” tentò di articolare, ma le labbra di Kame premute prepotentemente contro le sue lo fecero zittire.
L’attore sgranò gli occhi sorpreso e confuso, ma di certo non dispiaciuto.
Dopo le rimostranze della sera prima, di certo non si aspettava un’accoglienza del genere!
Ovviamente non gli dispiaceva affatto.
Tutt’altro!
Strinse Kame contro di se che, per assecondarne il movimento, gli si sedette cavalcioni sopra, spingendo il proprio bacino contro quello dell’attore.
Sho ebbe un sussulto mentre le mani di Kame gli stringevano spasmodicamente il viso e il corpo era sempre più a contatto col suo.
Le loro lingue duellavano come impazzite.
Kame era fuori di sé.
Si vedeva chiaramente che non era in retti sensi, altrimenti non avrebbe mai compiuto un gesto così avventato.
Aveva gli occhi serrati, il corpo pressoché rigido e non riusciva a focalizzare null’altro nella sua mente che non fosse Jin che usciva da quel dannato appartamento con Yamashita.
Non riusciva a pensare ad altro.
A nient’altro.
Non si rendeva nemmeno conto di quello che stava facendo.
Non capiva più niente.
Voleva solo andare lì e spaccare la faccia a quei due maledetti che non erano in grado di fare null’altro che rovinargli la vita.
“Dannazione…” gemette, scostando con un gesto secco il suo viso da quello di Sho.
“Tutto bene?” domandò Sho, per nulla preoccupato.
Non era uno stupido.
Sapeva che Kame non l’aveva baciato per il semplice gusto di farlo, soprattutto considerando che il bacio era stato come…
Disperato…
Sì, era decisamente quello il termine adatto.
Disperato.
Di chi non sa cosa fare.
Di chi si sente perso.
E solo.
Esattamente come si sentiva lui.
Per questo, probabilmente, non l’aveva fermato.
“No… non va tutto bene… non va bene un cazzo…” quasi singhiozzò Kazuya, spostandosi i capelli mori indietro, passandoci in mezzo una delle mani magre e intorpidite dal freddo.
Era così confuso…
Che doveva fare?
“Lo immaginavo” annuì Sho “Visto che per me è lo stesso”.
Kamenashi alzò il volto a guardarlo, attendendo una spiegazione.
“Vedi, Kazu-chan…” iniziò Sho, usando inconsapevolmente un nomignolo che solo Jin e i suoi famigliari avevano usato prima di allora “Io non so cosa ti sia successo, ma so per certo che è qualcosa che ti ferisce, perché anche io sono ferito come te. E’ stata la persona che amo a ferirmi. Per questo capisco il tuo dolore”.
Benché le parole potessero sembrare dolci, il tono usato da Sho era così mellifluo e strascicato che Kame provò irritazione.
“Come lo sai che la mia è una delusione d’amore?” inquisì Kazuya, sulla difensiva, aggrottando la fronte innervosito.
“Altrimenti non mi avresti mai baciato. Si bacia qualcuno che non si ama quando si vuole punire qualcun altro che invece amiamo” rispose Sho, tranquillo, intrecciando le mani sulla pancia.
A Kame gli ricordò molto un vecchio ubriacone.
“Quindi è per questo che ieri mi hai baciato?” chiese Kazuya, asciutto.
“Per nessun’altro motivo” sorrise Sho “Tu sei molto bello, Kazu-chan…” ancora quel Kazu-chan, ancora quel tono dolce velato di ironia “… ma non sei decisamente il mio tipo”.
“Nemmeno tu sei il mio” constatò Kazuya “Sei troppo uomo. A me piace un coglione che ha paura persino della sua ombra…” sorrise, scuotendo la testa.
Sho scoppiò a ridere sentendo quell’affermazione.
Poi si alzò e, flemmatico, si avvicinò a Kazuya.
Quando gli fu di fronte, con gli occhi leggermente socchiusi, portò con una mano delle ciocche ribelli di Kame dietro l’orecchio sussurrando: “Ma…” si avvicinò “Visto che siamo entrambi feriti…” il viso sempre più vicino a quello del cantante “Potremmo anche decidere di consolarci a vicenda…” soffiò all’orecchio di Kazuya, che avvampò “D’altronde… non facciamo nulla di male e soprattutto…” sorrise “Lo vogliamo entrambi”.
Kazuya sorrise.
Sho era un vero stronzo.
E a lui piaceva.
D’altronde, era abituato a trattare con gli stronzi.
Ne aveva avuto uno per fidanzato per i due anni e sette mesi più belli della sua vita, cosa poteva esserci di diverso?
Sho era un altro (l’ennesimo!) figlio di puttana che gli si parava davanti.
Nessun problema.
“Va bene” sorrise e lo baciò.
La mattina dopo, quando Kame si svegliò, non trovò Sho vicino a lui.
Non se ne preoccupò.
D’altronde non stavano insieme.
Si stavano solo divertendo insieme.
Era ben diverso.
In fondo, si stava comportando esattamente come Jin, in quel momento.
Nella sua mente, il suo viso venne sostituito da quello beffardo di Jin e un brivido freddo lo attraversò.
No! Tutti tranne Jin!, si lamentò nella sua testa, Non posso cadere così in basso!
Si girò a pancia in giù e poggiò il mento sulle mani.
Fissò il cielo azzurro e immobile di quell’ennesima fredda mattina di inverno prima di guardarsi intorno.
Era nella stanza di Sho.
La sera prima, dalla cucina, erano direttamente volati lì.
Non erano riusciti a controllarsi.
Era stato più forte di loro.
Come un istinto animale.
Una cosa irrefrenabile.
Stupenda.
Travolgente.
A Kame non era mai successa una cosa simile.
A Sho naturalmente sì, considerando il lavoro che faceva.
Sorrise.
Poco importava.
Si era divertito.
Era questo l’importante.
E soprattutto era questo lo scopo dell’accordo che aveva con Sho.
Divertirsi.
Nient’altro.
Solo del sano e appagante scambio di piacere fisico.
Niente coinvolgimento emotivo.
Ed era esattamente questo di cui avevano bisogno.
Sorrise di nuovo e poi decise di alzarsi.
Si diresse con passo lento verso la cucina dove, come sospettava, trovò Sho intento a trangugiare una sostanziosa ciotola di cereali.
Quel ragazzo l’avrebbe mandato in rovina a furia di mangiare…
Se non altro compensava la sua assoluta mancanza di fame.
“Buongiorno…” sussurrò con voce quasi impercettibile, grattandosi la testa con pigrizia.
“’Giofno” bofonchiò Sho, con la bocca stracolma di cereali.
“Buon appetito, eh!” rise Kazuya, sedendosi vicino a lui su uno degli alti sgabelli.
“Aligafou… (*7)” continuò a biascicare Sho.
Kazuya sorrise e si versò del latte nella sua ciotola con su disegnate delle tartarughine vestite nei modi più strani con occhiali da sole e fiori che uscivano dalle bocche sorridenti.
Sho gli sorrise di rimando prima di rituffarsi nella contemplazione dei suoi cereali che, mollicci, ballonzolavano sulla superficie bianca del latte.
Ci furono lunghi minuti di silenzio che però, a confronto della prima sera che Sho era stato lì, ora non pesavano come macigni ma erano concilianti e appaganti.
Entrambi potevano perdersi nei propri pensieri senza approfondirli troppo, zampillando da un ricordo a un altro senza logica.
Poi fu Sho a interrompere quell’appagante silenzio in cui erano calati: “Per ieri sera…” esitò.
“Va tutto bene” annuì Kazuya.
“Sicuro?” chiese Sho, indeciso.
“Certo!” sorrise Kame, accentuando l’affermazione con un movimento della testa “E poi non è che abbiamo fatto questo granché!” rise “Ci siamo solo baciati!”.
“Sei tu che non mi hai fatto finire il mio lavoro…” protestò Sho, lagnoso.
Kazuya scoppiò a ridere prima di affermare: “Per i baci va bene. Il sesso è un’altra cosa”.
“Io non capisco tutto questo tuo attaccamento al rapporto completo… non vedo nulla di male in due sani ragazzi che sperimentano nuove posizioni del Kamasutra” obiettò Sho.
“Sicuramente per te è così…” iniziò Kazuya, ma venne interrotto da Sho che, scocciato, disse: “Vorresti dire che per me è così perché sono un attore porno?”.
Kame lo fissò basito.
“Beh…” iniziò, esitante “Non puoi negare che sia automatico pensarlo”.
“Ovvio! Ma so anche io che c’è una differenza tra il sesso e l’amore” affermò Sho, poggiando la faccia sulla mano.
“Da come l’hai detto non sembrava” ribatté Kazuya.
“Mi dispiace” sbuffò Sho “Non sono bravo in questo genere di cose…”.
Kazuya scosse la testa, poi continuò: “Come ti dicevo, il sesso per me è il culmine di una relazione… è quando ti rendi conto che se non glielo dimostri fisicamente, allora non potrai mai fargli capire quanto ami quella persona. Che le parole non bastano più. Che hai bisogno di sentirlo tuo. Completamente tuo. Dentro di te. Con te. Senza che niente si metta tra voi. Né imbarazzo, né vergogna, né inesperienza. Solo tu e la persona che ami. E’ questo l’amore”.
Sho lo fissò: “Ho capito” disse, rendendosi conto di quanto lui aveva poco riflettuto sull’argomento.
“E’ per questo che non posso fare sesso con te. Perché sarebbe donarti tutti me stesso e io non ti amo” concluse Kazuya.
Sho sorrise: “Hai ragione” disse.
“Buongiorno a tutti” salutò Kazuya allegramente, spalancando la porta della stanza in cui si riunivano da dieci giorni a quella parte per stabilire le ultime cose del loro nuovo Singolo Keep the Faith (*8).
Dovevano decidere le ultimissime cose e poi girare il promotional video.
“Quanto entusiasmo!” gli sorrise Maru, seduto al tavolino con un paio di fogli pieni di scritte in mano.
“Ho passato una bella serata” annuì Kazuya, posando la sua borsa a tracolla su una delle sedie, tra Ueda e Koki.
Jin era seduto esattamente davanti a lui.
Decise di non badarvi.
“Hai rimorchiato?” rise Junno.
“Più o meno…” rispose Kame, vago, sentendo fissi su di sé gli occhi glaciali di Akanishi.
“Racconta! Racconta!” si impicciarono Junno e Koki in coro.
Kazuya scoppiò a ridere mentre lo sguardo di Jin su di lui era sempre più freddo e insistente.
“Ma niente…” rispose Kazuya vago.
“Sarà qualche bella sventolona?” chiese Koki con un sorriso che andava da un orecchio all’altro, sporgendosi in avanti sul tavolino per fissare meglio Kazuya in faccia.
“Qualche bello sventolone, vorrai dire!” lo corresse Ueda, usando un appropriato appellativo maschile all’affermazione di Koki.
“Dettagli” si affrettò a rispondere Koki “INSOMMA! TI SBRIGHI A RACCONTARCI TUTTO O NO?” sbraitò rivolto a Kame che sobbalzò.
“Guarda che non frega mica a tutti”.
L’affermazione di Jin tagliò l’aria come un coltello.
Tutti si voltarono a guardarlo, ma lui aveva gli occhi ancora puntati su Kamenashi e quello che vi si leggeva dentro non era per niente rassicurante.
Gli occhi erano chiusi a due fessura che sputavano fiamme.
Kazuya sostenne lo sguardo senza abbassarlo, per nulla intimorito.
Conosceva quegli occhi.
Erano gli occhi di qualcuno a cui stavano rubando un giocattolo che non usava più da anni ma che ora che altri lo volevano, improvvisamente, era tornato di nuovo interessante.
“Sei liberissimo di alzare i tacchi” rispose Kame, tranquillo.
Jin lo fulminò: “Potresti essere tu quello a levare le tende” ribatté con un ringhio basso.
“Siamo cinque contro uno” Kazuya si sentì un bambino di tre anni dopo quest’affermazione “E quell’uno non sono io…”.
“Vuoi un pugno?” indagò Jin con faccia contrita.
“Vuoi un resoconto dettagliato?” lo provocò Kame sapendo di fare male.
Era stanco di subire.
Era arrivato il momento di far capire a Jin chi comandava.
Era arrivato il momento di far capire a Jin che lui non dipendeva più dal suo ricordo.
Jin si alzò in piedi di scatto, afferrando Kame per il collo della camicia e facendo cadere indietro la sedia: “Brutto bastardo…” sussurrò a denti stretti.
“Senti chi parla…” rispose Kazuya, fissandolo negli occhi con sfacciataggine.
“Non devi farti mettere le mani addosso da nessun’altro” ringhiò Jin facendo sonoramente scoppiare a ridere Kamenashi che, con un gesto secco, tolse la presa di Jin dal suo collo prima di affermare: “Hai perso il diritto di dirmi da chi devo farmi toccare tanto tempo fa” e, afferrando la sua borsa, uscì dagli studio.
Jin cadde sulla sedia privo di forze.
Per l’ennesima volta aveva fatto un disastro.
Ma cosa pretendeva?
La gelosia l’aveva reso cieco.
Non poteva neanche pensare a Kazuya tra le braccia di qualcun altro.
Era una cosa che gli faceva andare il sangue al cervello.
Era una cosa che per lui risultava totalmente inconcepibile.
Mentre i rimproveri degli altri componenti dei KAT-TUN gli perforavano il cervello, sbatté il pugno sul tavolo.
“Merda” ringhiò.
“Sì, sei una merda” acconsentì Koki, quel giorno particolarmente polemico.
“Vaffanculo” ribatté Jin, scoccandogli un’occhiataccia.
“Ma come ti viene in mente di fare la parte del fidanzato geloso?” continuò Koki, ignorando completamente Jin e le sue parole “Proprio tu! Che sei il più traditore di tutti!”.
Il tono esasperato che usò Koki, fece sentire qualcosa di molto doloroso a Jin.
Ebbe come la sensazione che le budella gli si contorcessero nello stomaco.
“Merda…” disse ancora, con tono completamente diverso, quasi esausto.
“Non puoi pretendere che Kame ti aspetti in eterno” continuò Maru, poggiando una mano sul braccio di Jin con fare rassicurante.
Era davvero proprio come una mamma…
Una sorta di sostituto alla mamma che lui non aveva avuto.
“D’altronde tu non fai altro che farti beccare in giro con questo o quella… è normale che lui si sia stancato” annuì Ueda, rinforzando le parole di Yuichi.
“In fondo, Jin” ci si mise anche Junno, improvvisamente serio (al che quasi tutti ebbero terrore di ciò che stava per uscire da quelle labbra sempre sorridenti…) “Lui ti ha aspettato tanto… non puoi pretendere nient’altro da lui. Se vuoi che le cose cambino, stavolta tocca a te fare qualcosa”.
Ueda si voltò a fissare il suo fidanzato con occhi spalancati.
Poi, tastandogli la fronte, chiese: “Hai la febbre? Stai male?”.
“No…” rispose Junno incerto.
“Allora hai mal di pancia! Hai mal di pancia, vero?” continuò Ueda, tastandogli adesso la parte interessata.
“No…” rispose Junno di nuovo.
“Allora hai bevuto troppo caffé e ti ha dato alla testa!” esclamò Ueda, terrorizzato.
“NO!” ribatté Junnosuke, scocciato “Ma che c’è?”.
“Era un discorso troppo intelligente per te… devi per forza stare male!” espose il suo timore Tatsuya.
“Ma… TAT-CHAN! Tu dovresti sapere quanto so essere serio quando voglio!” si oppose Taguchi.
“Sei serio solo quando facciamo sesso (e neanche sempre…), e adesso decisamente non lo stiamo facendo! A meno che tu non stia facendo pensieri pornografici su di me…” disse Ueda, sbarrando gli occhi.
“TAT-CHAN!” urlò Junno, indignato, mentre gli altri scoppiavano tutti a ridere.
Jin sorrise, ma non riuscì a sentire sulla sua pelle quel divertimento.
Nella sua mente c’era solo Kame, avvinghiato in un letto con qualcuno.
E nella sua testa si insinuò un pensiero che, lo sapeva, avrebbe messo in atto…
Kame arrivò a casa sbattendo la porta.
Merda.
Merda.
Merda!
Come odiava quel maledetto modo di fare che aveva Jin!
Come odiava se stesso per non riuscire a rimanervi impassibile!
Si odiava.
Da morire.
Più di quanto odiasse Jin.
Odiava tutto di quello che comprendeva la parola Kame e la parola Jin in una stessa frase.
Loro due insieme non facevano null’altro che del male.
A se stessi e agli altri.
Non riuscivano a comunicare, a parlare, ad ascoltare, almeno sentire quello che l’altro aveva da dire.
Non ci riuscivano.
Erano semplicemente dei disperati in cerca di un appiglio senza riuscire a comunicare per aiutarsi.
Due dispersi.
Soli.
Sbatté forte la cartella a terra in un impeto di rabbia.
“MERDA!” urlò mentre gli occhi gli bruciavano “VAFFANCULO!” urlò ancora mentre calde lacrime gli bagnavano le guance bruciando come non avevano bruciato mai.
Il viso rosso era bagnato e gli occhi lucidi e spalancati.
Non si riconosceva più, non ne poteva più.
Il se stesso che era adesso era troppo lontano dal se stesso che era un tempo.
Troppo diverso, troppo brutto, troppo anomalo.
Non si riconosceva più.
Non si sopportava più.
Era così frustrante…
“Merda…” singhiozzò.
Jin suonò ripetutamente al campanello dell’appartamento di YamaP.
L’indice premeva in maniera perpetua sul rumoroso apparecchio sperando che qualcuno sentisse il suo lungo stridio e aprisse.
“CHE DIAVOLO SUCCEDE?” urlò Yamashita, spalancando la porta furioso.
In mano un mestolo e al petto un grembiule rosa pastello con una papera.
Terribile, non poté evitare di constatare Jin.
“Jin?” chiese, spalancando gli occhi.
“In persona” rispose Akanishi.
“Entra, dai” sorrise Tomohisa, felice di vedere per due sere di seguito il Bakanishi “Come mai da queste parti?”.
“Ho bisogno di divertirmi” rispose Jin, asciutto, dirigendosi in salotto.
YamaP lo fissò senza ribattere.
Poi sorrise.
“Allora sei venuto nel posto giusto…” sussurrò suadente.
Quando Sho ritornò a casa, dopo essere uscito per comprare una scorta di latte per la sua colazione, trovò la casa devastata.
Segni di scarpe lanciate contro il muro, oggetti a terra, un vaso spaccato.
Il suo primo pensiero fu che, uscendo, non aveva chiuso la porta ed erano entrati i ladri, ma quando video Kame accovacciato a terra nel salotto, capì che era stato proprio il proprietario dell’abitazione a distruggerla.
Si avvicinò preoccupato (sia per il ragazzo che per se stesso…) (sia mai che Kame si fosse alzato e gli avesse spaccato un vaso in testa!) e lentamente si inginocchiò vicino a lui, sfiorandogli una spalla con la mano.
“Tutto bene?” chiese piano, quasi in un sussurro impercettibile.
“Va tutto bene secondo te?” ringhiò Kame a denti stretti, fulminandolo con gli occhi pieni di lacrime.
“Domanda scema, hai ragione” disse Sho, tranquillo, carezzando la nuca di Kazuya “Ancora per colpa del tuo innamorato fifone?” chiese, riferendosi alla battuta che Kame aveva fatto la sera prima riguardo il fatto che il misterioso boy aveva paura perfino della sua ombra.
“E di chi altri, sennò? Se sto di merda è sempre colpa sua!” singhiozzò Kame, coprendosi la bocca con la mani.
“Vuoi che ti faccia un po’ di coccole?” chiese Sho, abbracciandolo stretto.
Kazuya annuì prima di nascondere il viso nell’incavo della spalla grande e larga dell’attore.
La mano di Jin corse veloce lungo il petto di Yamashita.
Aveva fretta.
Aveva bisogno di sentirlo in fretta.
Le lingue duellavano come impazzite.
Nessuno dei due ci stava più capendo nulla.
Jin non sapeva cosa stava facendo.
Sapeva solo che lo voleva con tutto se stesso.
Sapeva solo che quella bocca non era come quella di Jin.
Che lui voleva quella bocca carnosa e sfacciata contro la sua, non quella di Sho.
Kame era assolutamente sicuro che quel bacio, dato con la stessa passione e lo stesso trasporto a Jin, gli avrebbe fatto scoppiare il cuore.
Adesso, invece, nel suo cuore non c’era nulla.
Batteva a ritmo regolare, non galoppava come impazzito come faceva ogni volta che era con Jin.
Era come spento, o a rallentatore.
Non era vivo.
Non era più come un tempo, quando le mani di Jin lo sfioravano e lui tremava estasiato.
Come gli sarebbe piaciuto provare di nuovo quelle sensazioni…
Quel trasporto…
Quell’abbandono…
Lo voleva come nessun’altra cosa al Mondo…
Voleva punire Kame ripagandolo con lo stesso trattamento.
Voleva scoparsi qualcun altro e poi sbatterglielo in faccia la mattina dopo.
Aveva bisogno di vedere sofferenza in quegli occhi da cucciolo.
Aveva bisogno di vedere la bocca piccola e con quella forma così particolare che gli ricordava tanto un cuore (*9) in un’espressione imbronciata.
Aveva bisogno di scorgere la gelosia in quegli occhi di cioccolato fuso.
Aveva bisogno di fuggire da quella realtà così crudele.
Aveva bisogno di sentirsi amato.
Aveva bisogno di non sentirsi più solo.
Abbassò i pantaloni da ginnastica di Sho con un gesto veloce e portò la bocca su di lui.
Leccò, baciò, succhiò.
Ma non era neanche paragonabile a quello che sentiva quando c’era Jin davanti a lui.
Non erano neanche paragonabili i gemiti caldi di Jin contro quelli affannati di Sho.
Aveva bisogno di Jin come dell’aria che respirava.
Aveva bisogno di credere che la bocca sotto la sua, che lo leccava fino all’esaurimento, non era di Tomohisa ma di Kazuya.
Aveva bisogno di credere che quella bocca su di lui, proprio lì, nel punto più sensibile, era di Kazuya e non di YamaP.
Aveva bisogno di crederlo.
Altrimenti sarebbe impazzito.
Impazzì cercando di togliere il viso di Jin da sopra quello di Sho.
Impazzì cercando di vedere Sho e basta, senza Jin, senza ricordare quella bocca socchiusa, leccata da una lingua rosa e invitante.
Impazzì quando sentì Sho sciogliersi e non provò niente.
Raggiunse l’orgasmo ansimando flebilmente.
Era stordito.
Confuso.
Il corpo scosso dai brividi della passione.
“Ah…” sussurrò.
“Grazie…” disse Yamashita ironico.
“Come?” si risvegliò Jin e quando i suoi occhi si posarono in quelli nocciola di Tomohisa, il suo corpo venne come spento.
Si era davvero illuso che quello che lo stava baciando così intimamente, che gli stava dando tutto quel piacere, fosse proprio Kame.
La realtà, purtroppo, era completamente diversa.
“Grazie perché io ti faccio un pompino e tu vieni chiamando il nome di quella troia!” sbraitò Yamashita, alzandosi in piedi di scatto, strattonando il maglione di Jin con un gesto secco.
Eh?
Come?
Che aveva fatto?
“Prego?” chiese Jin, cercando un chiarimento assoluto.
“Quando sei venuto” iniziò Yamashita, fissandolo furente “Hai sussurrato il nome di Kamenashi”.
Lo aveva fatto sul serio, allora.
“Mi dispiace” disse solo.
“Me ne sbatto delle tue scuse. Vattene immediatamente” disse YamaP, indicando la porta.
Jin si alzò sospirando, si allacciò i pantaloni e uscì.
Kazuya si asciugò la bocca con la manica.
Gli girava follemente la testa e tutto intorno gli appariva confuso e offuscato.
Non capiva più dove fosse, se c’era Sho o Jin davanti a lui a respirare profondamente…
Se solo ci fosse stato Jin…
Il suo Jin…
Il suo amore…
Che ora probabilmente si stava divertendo con qualche puttana.
Magari proprio con Yamashita come la sera prima.
Strinse i denti e le mascelle si contrassero.
Merda.
Porca puttana.
“’Fanculo…” disse.
“E’ stato così terribile?” chiese Sho con un sorriso, rimettendo apposto i pantaloni.
“Non è per questo…” disse Kame, passandosi una mano dietro la nuca, sospirando.
“Lo so” annuì Sho “Scherzavo”.
“Perché è tutto così dannatamente difficile?” chiese Kazuya, più a se stesso che al ragazzo di fronte a lui.
“Ma va così male?” chiese Sho, sedendosi placidamente sul divano.
“Sì. Lui è assurdo… non capisco cosa vuole da me… si comporta continuamente come se di me non gli importasse, poi appena dico che ho passato una bella serata con una persona subito diventa geloso!” sbraitò Kame, agitando le braccia in aria, davvero furioso con Jin.
Sho scoppiò a ridere: “Sembro io!” esclamò.
“Come?” chiese Kazuya, confuso, fissandolo negli occhi.
“Sai… io una casa ce l’ho” iniziò Sho, con tono calmo “Solo che quell’appartamento lo dividevo col mio fidanzato che ha pensato bene di baciare un altro… avrei anche potuto perdonarlo, ma come potevo? Solo l’idea mi fa venire voglia di ucciderlo…” sorrise con calma, poi proseguì “Tuttavia, anche se ora non siamo più insieme… e l’ho deciso io!, beh, se lo trovassi a baciare qualcun altro probabilmente impazzirei di gelosia”.
“Ma tu non l’hai lasciato perché non lo ami più!” obiettò Kazuya “Qui quello che ha lasciato è stato quello tradito, non quello che ha tradito”.
“Ma tu sai perché il tuo ex ti ha tradito?” chiese Sho.
“No” rispose Kame, secco “Ma non ci vuole molto a capire perché si tradisce…”.
“Io proverei a chiederglielo…”.
Jin si rigirò nel letto per la trecentesima volta negli ultimi venti minuti.
La testa gli scoppiava e le guance bruciavano come non mai.
Probabilmente aveva anche la febbre.
Ma non gli importava.
Si sentiva così di merda da non riuscire a percepire null’altro che il dolore sordo del suo cuore.
Perché?
Perché non faceva altro che sbagliare?
Si sentiva un rifiuto umano.
Aveva fatto sentire una troia il suo migliore amico e soprattutto aveva fatto credere alla persona che più amava al Mondo di non amarla affatto.
Come faceva ad essere così cretino?
Perché non sapeva gestire bene le parole, i gesti, i comportamenti?
Perché era così dannatamente idiota?
Singhiozzò.
Era così odioso…
Si odiava.
“Porca puttana…” sussurrò, avvolto sotto le coperte, accoccolato con le ginocchia strette al petto.
Non voleva piangere, né deprimersi, ma non riuscì ad evitare nessuna delle due cose.
“Quanto sono stronzo…”.
Strinse i denti.
“Merda…”.
Quando Kazuya arrivò agli studio la mattina dopo, si sentiva tesissimo.
Okay.
Il discorso di Sho aveva un senso.
Ma chi glielo faceva fare di auto-distruggersi?
Decisamente non gli conveniva…
Oltretutto non era nemmeno troppo convinto di quello che voleva veramente.
Decise di aspettare.
Intanto avrebbe valutato il comportamento di Jin, poi avrebbe preso una decisione.
Tanto, già lo sapeva, Akanishi si sarebbe comportato di merda come al solito…
Sbuffò.
“Buongiorno” disse con tono piatto, completamente diverso da quello vivace del giorno prima.
“Che brutto tono!” lo accolse Maru “Dov’è finita l’allegria di ieri?”.
“Non vorrei che qualcuno poi mi rompa…” non poté evitare di dire Kamenashi.
“Tranquillo!” gli disse Koki “Oggi puoi essere felice quanto ti pare! Akanishi ha telefonato per dire che non viene”.
Subito le antenne di Kazuya si rizzarono: “E come mai?”.
“Sta poco bene, ha detto” concluse Koki.
“Anzi che ha telefonato…” commentò acido Ueda.
Kamenashi sapeva che quella di Jin era una balla.
Grossa come una casa, tra l’altro!, pensò.
Sicuramente era ancora infilato nel letto della troietta di turno.
Come lo odiava in quei momenti…
Come detestava quella sua innata capacità di focalizzare l’attenzione sempre su di lui, nel bene o nel male…
Come lo odiava quando gli sbatteva in faccia quanto poco rappresentasse nel suo cuore…
“Meglio” disse “Finalmente lavoreremo in pace”.
E difatti quel giorno le prove andarono che una meraviglia!
Tutto procedette perfettamente e in neanche due ore avevano finito.
Ora erano tutti intorno al tavolo a chiacchierare del più e del meno e stavano ridendo della faccia buffa di Koki quando Maru gli disse che se non la piantava di farsi crescere i capelli l’avrebbe piantato.
Kazuya rideva di gusto, per una volta tranquillo.
Nella sua testa nessun pensiero.
Si sentiva tranquillo, finalmente.
Anche se i suoi problemi non erano spariti, anzi!, in quel preciso istante erano l’ultimo dei suoi confusi pensieri.
Lo riscosse il suono del suo cellulare che gli annunciava l’arrivo di un messaggio.
Lo afferrò e con un movimento veloce aprì lo sportellino e lesse:
Kame-chan, sono Sho!
Mi sono fatto dare il tuo numero da Yuya, spero non ti dispiaccia!
Ti vengo a prendere?
A che ora finisci?
Sho.
Kame rimase basito a fissare il display del cellulare.
A prendere?
Sho voleva venirlo a prendere?
Manco Jin l’aveva mai accompagnato a casa…
Ma che diavolo di intenzioni aveva quel ragazzo?
Si comportava come fosse il suo ragazzo, ma entrambi sapevano che non c’era null’altro che amicizia tra di loro.
Decisamente, si disse, questo ragazzo ha la capacità di sorprendermi…
Sorrise e prese a rispondere:
Nessun problema, tranquillo, anzi!
Ho già finito.
Mi farebbe piacere se venissi a prendermi!
Ti aspetto!
Fammi uno squillo quando arrivi!
Kame.
Cliccò Invio e il messaggio, in meno di un secondo, fu inviato all’attore.
Quando rialzò lo sguardo, gli occhi di tutti erano puntati su di lui.
Specialmente quelli di Ueda che avevano una luce per nulla rassicurante…
“Che c’è?” chiese.
“Niente…” rispose Ueda, laconico.
Kazuya lo fissò per un attimo poi, tornando a chiacchierare, lo ignorò.
Neanche mezz’ora dopo gli arrivò lo squillo di Sho.
“Io vado, ragazzi!” disse con un sorriso, racimolando le sue cose.
“Di già?” chiese Junno.
“Sì” annuì Kame “Mi sono venuti a prendere”.
“Chi?” chiese ancora Junno, innocentemente.
“Segreto!” rise Kame prima di chiudersi la porta alle spalle.
Ovviamente nessuno pensò neanche lontanamente di farsi i fatti propri…
E difatti, appena Kame uscì, tutti presero la direzione della porta.
La aprirono con lentezza, evitando di far rumore, e seguirono Kame fuori dagli studio, nel parcheggio.
Quando vi arrivarono, videro Kazuya aprire lo sportello di una grossa macchina grigio scuro e entrarvi.
I vetri purtroppo erano oscurati, perciò non riuscirono a vedere nulla.
“E nooo!” si lagnò Maru “Io volevo vedere chi era!”.
“A chi lo dici!” si intromise Ueda, sbuffando, puntellando le mani sui fianchi.
“Indagheremo domani…” sorrise Maru, maligno.
“Puoi scommetterci!” rispose Ueda che, in quanto all’essere pettegolo, non lo batteva nessuno.
Koki e Junno, dal canto loro, evitarono di contraddirli.
La loro ira era troppo grande per essere controllata…
“Non ti ho fatto aspettare troppo, vero?” fu la prima cosa che gli chiese Sho una volta che Kazuya fu montano in macchina.
“No” sorrise Kame, cordiale.
Sho sorrise, poi avvicinò il viso e diede a Kamenashi un lieve bacio sulle labbra.
Kame fu sorpreso e sobbalzò per un attimo, poi si rilassò.
Sho era davvero dolce…
“Dove vuoi andare a mangiare?” chiese Sho, facendo partire la macchina “Offro io”.
“Uhm…” rifletté Kame, puntellando l’indice col polpastrello sul mento “Fast-food?”.
“Mi ritieni così morto di fame da non poter portare il padrone della casa in cui vivo a cena fuori?” chiese Sho, piccato, con tono leggero.
“No” disse Kame “Ma da quando ti conosco non ti ho mai visto uscire per andare a lavorare” gli fece notare.
“Perché in questo periodo non ho Film da girare…” rispose Sho, vago, girando il volante per svoltare a destra in un incrocio.
“Mi sembra davvero strano” commentò Kazuya.
“Okay, okay…” si arrese Sho “E’ vero. In questi giorni non mi sono presentato al lavoro! Ma solo perché non voglio ritrovarmi davanti Hikaru!”.
“Hikaru?” chiese Kazuya, già intuendo la risposta.
Non avevano mai dato nome ai personaggi dei loro racconti, rimanendo sempre sull’impersonale.
Un po’ come a scacciare quelle presenze, come a non renderle troppo opprimenti.
A evitare di farle diventare un ostacolo per il loro strano ma eccitante rapporto.
“Il mio ragazzo… anzi, mi correggo” disse Sho, con un sorriso forzato “Ex ragazzo”.
“Quello con cui vivevi?” chiese ancora Kame.
“Sì. Proprio lui” rispose Sho, fissando intensamente la strada.
Kame capì che non aveva voglia di parlarne così annuì semplicemente e prese a parlare di cose più leggere come i bisticci dei KAT-TUN alle prove, dello scivolone di Junno sopra una buccia di banana lanciata in terra da Koki, delle prese in giro e del nuovo Album.
Parlarono di tutto e di niente e anche la cena scorse tranquilla nell’intimo locale tradizionale che avevano scelto.
Stavano ancora parlando di scemenze quando arrivarono a casa.
Kamenashi aprì la porta dopo aver armeggiato un attimo con le chiavi.
Quando furono dentro, Sho propose di fare un bel bagno.
“Insieme?” chiese Kame.
“Certo! Che ti vergogni?” rise Sho, prendendolo in giro, arruffandogli i capelli sulla testa.
“E’ che…” esitò.
E’ che non è mai successo con nessun’altro che non fosse Jin, pensò con angoscia.
Perché quella sensazione di estraneità?
Perché quel senso di mancanza di terra sotto i piedi?
Cosa poteva esserci di male?
Eppure non riusciva a fare un gesto così intimo con qualcuno che non fosse Jin…
“Okay, come non detto!” rise Sho “Io mi do una sciacquata e vado a dormire che sono stanchissimo!”.
“Mi dispiace…” sussurrò Kame, colpevole.
“Stai tranquillo. Va tutto bene” sorrise Sho con affetto, poggiandogli per un attimo la fronte contro.
Poi si avviò verso il bagno.
Dopo neanche cinque minuti, Kazuya sentì l’acqua della doccia scorrere.
L’acqua che gli accarezzava il corpo subiva su Sho un effetto rigenerante.
Era come lavare via la stanchezza, ma anche le colpe.
Era stato un bugiardo con Kame, nel pomeriggio.
Non era vero che non si era presentato al lavoro.
Era andato.
Convinto di non trovare Hikaru.
E invece il ragazzo era proprio lì, a chiedere di lui ad uno degli addetti.
La sua mente volò a quel momento.
A quel preciso istante.
“Sho!” disse Hikaru, non appena lo vide.
“Ciao” disse Sho, non sapendo bene come reagire.
Cosa fare?
Affrontarlo come il buon senso diceva o darsela a gambe come invece diceva il suo coraggio?
“Ti ho cercato ovunque! Ho telefonato miliardi di volte ma la linea era sempre staccata!” disse Hikaru, andandogli incontro e stringendogli la maglietta all’altezza del petto “Ero terrorizzato all’idea che potesse esserti successo qualcosa!”.
“Non ne hai motivo” disse Sho, con estrema freddezza.
“Sho…” sussurrò Hikaru, con voce implorante.
“Dovevi pensarci prima, Hikaru” disse, scostandoselo malamente di dosso.
A ripensarci si sentiva una merda…
Comportarsi in quel modo con la persona che più amava al Mondo…
Ma che poteva fare?
Hikaru aveva baciato un altro.
Anche se effettivamente, chiunque avrebbe potuto obbiettare che anche Sho aveva baciato un altro (e non si erano limitati a quello…).
Ma Sho aveva agito così per ripicca, per gelosia al ricordo di quel tradimento.
Aveva agito dopo che lui e Hikaru ormai non stavano più insieme.
Hikaru no.
Hikaru aveva tradito prima.
Batté forte un pugno contro le piastrelle azzurre della doccia: “Merda…”.
La macchina di Sho setacciò il parcheggio davanti agli studio per molti giorni a seguire.
I KAT-TUN continuavano a cercare di sbirciare nella macchina senza riuscirvi e quando Jin venne a saperlo (o meglio, quando Jin lo vide con i suoi occhi), non poté crederci.
Kamenashi stava uscendo con un ragazzo che per quel poco che avevano potuto vedere dai vetri oscurati era un gran fico con un discreto patrimonio famigliare considerando il macchinone grigio che presentava!
Jin sentì il petto invaso dalla gelosia più bruciante.
Si stava corrodendo dalla gelosia.
Sembrava impazzito.
Ma non poteva trattenersi.
Era più forte di lui.
Come poteva accettare una cosa simile?
Come poteva rimanere impassibile di fronte al tradimento di Kazuya?
Non poteva.
Non poteva.
NON POTEVA!
Doveva fare qualcosa.
Ma cosa?
Non sapeva neanche chi fosse quel ragazzo!
Come poteva agire?
Cazzo…
Il giorno seguente, Jin si presentò alle prove.
La voglia sotto le scarpe dopo il pessimo inizio di giornata che aveva avuto.
Aveva mandato un messaggio a YamaP per scusarsi e tutto quello che aveva ricevuto in risposta era stato un lapidario:
Lasciami in pace.
Che meraviglia!
La giornata cominciava proprio bene!
Non vedeva l’ora di arrivare alla sera!
Se ci fosse arrivato.
Sia mai che la tentazione di suicidarsi fosse stata più forte…
Si era comportato di merda, era vero, ma aveva cercato di rimediare.
E l’unica cosa che aveva ricevuto in risposta era una porta in faccia!
Sembrava il ritornello della sua vita…
Era così stanco di tutta quell’assurda situazione…
Voleva solo essere felice.
Ma come poteva ormai senza il suo migliore amico e (soprattutto) senza il suo amore?
“Che vita di merda…”.
“Vedo che anche oggi siamo di ottimo umore!” lo gelò la voce di Kazuya, alle sue spalle.
Jin si voltò di scatto.
Parli del Diavolo e spuntano le Corna…, pensò.
“Chissà per colpa di chi…” commentò sarcastico, fermandosi ad aspettarlo.
Proseguì il cammino solo quando Kame gli fu vicino, spalla a spalla.
Sentì un calore intossicante propagarsi per tutto il corpo.
Come gli era mancato anche solo averlo vicino…
“Di certo non mia” rispose Kame, usando una frase ormai abituale nelle loro discussioni.
Jin cercava di accusarlo di qualcosa, Kame se ne discolpava con quella frase.
“Stamattina non ti ha accompagnato il tuo Principe Azzurro in sella al suo quattro cavalli?” domandò Jin con sarcasmo, facendo cadere il discorso precedente ma rimanendo sempre sullo stesso tema.
“Sì. E’ già andato via, se stai per chiedermelo” rispose Kame, gelido.
Odiava affrontare quel discorso con Jin.
Con Sho non c’era niente.
Erano solo buoni amici che si scambiavano a volte qualche bacio o qualche carezza più azzardata, ma non si erano mai spinti più in là di così.
Kame non voleva fare sesso con Sho e fondamentalmente, al contrario di quello che affermava solo per apparire spavaldo e degno del suo lavoro, nemmeno Sho aveva voglia di fare del sesso con lui.
Entrambi avevano voglia di fare sesso, sia chiaro, ma con le persone che amavano.
Avevano voglia di fare l’amore.
Lui con Jin e Sho con Hikaru.
Ma in ambe le fazioni le cose sembravano aver preso una piega davvero disastrosa.
Non sapeva come Sho si stesse comportando nei confronti di Hikaru o se addirittura lo vedesse, quel che era certo è che lui voleva farla pagare a Jin.
E se c’era solo questo modo, allora andava bene così.
“Sei davvero serio con lui?”.
Kamenashi sobbalzò.
Quella era la prima, seria domanda che Jin gli poneva da mesi.
Si voltò a guardarlo, a scrutarlo.
Parlava sul serio?
Lo sguardo di Jin era trepidante, pieno di confusione ma anche di speranza di essere smentito.
Pieno di dolore e rimpianti.
E Kame non se la sentì di mentire: “E’ una persona importante, ma non è LA persona”.
Il cuore di Jin galoppò impazzito.
Aveva speranza?
Aveva ancora speranza?
Ce n’era ancora per lui, che non aveva causato altro che dolore?
“Ti precedo dentro…” sussurrò Kame, accelerando il passo.
Akanishi lo vide sparire dietro le porte a vetro senza proferire parola.
Avrebbe voluto dire tante cose, ma non aveva trovato la parole.
C’e ancora speranza.
Lo sperava con tutto il suo cuore…
Quando raggiunse gli altri, il suo umore era decisamente migliorato!
Si era perfino scordato della rispostaccia di Yamashita al suo messaggio e non riusciva a fare altro che portare il suo sguardo su Kazuya che rideva e parlava con gli altri amici.
C’e ancora speranza.
Se lo ripeteva come un Mantra.
Voleva convincersene a tutti i costi.
Ma Kazuya, dopo quella misteriosa frase, non aveva detto nient’altro né l’aveva guardato o gli aveva parlato.
Si era sbagliato?
Non ci capiva più niente…
Kamenashi gli sembrava solo sempre più lontano…
C’e ancora speranza.
Non poteva abbattesi.
Non ancora visto che non aveva nemmeno iniziato a lottare!
Si sarebbe ripreso il suo Kame e lo avrebbe fatto a tutti i costi!
“C’è ancora speranza…” sussurrò.
All’uscita dagli studio, la macchina grigia era lì.
Parcheggiata al centro dello spiazzo, attendeva placida che la Principessa salisse in Carrozza.
Ueda era sceso prima degli altri KAT-TUN e ne approfittò per spiare il ragazzo che sembrava essere la nuova fiamma di Kamenashi prima che quest’ultimo sopraggiungesse.
Si avviò con passo lento verso la macchina mentre dalla borsa estraette un quaderno.
Se lo poggiò al petto e lì, proprio davanti alla macchina, usando il trucco più vecchio del Mondo, fece scivolare il quaderno a terra.
Si chinò a raccoglierlo e mentre era a terra e risaliva, il suo sguardo era puntato dritto contro il ragazzo in macchina che lo fissava sorpreso.
Era coperto dagli occhiali scuri, ma Ueda non ebbe alcun dubbio.
Sapeva esattamente di chi si trattava.
E la cosa cominciava davvero a farsi divertente!
Con un sorriso si alzò e si incamminò verso l’uscita.
Quando fu fuori dal campo visivo del ragazzo, afferrò il cellulare e mandando un messaggio comulativo a Junno, Koki, Maru e Jin, annunciò:
Riunione strategica a casa mia dopo cena!
Ho scoperto chi è il bell’imbusto di Kame.
Ueda.
“Okay, gente” iniziò Ueda, sbattendo una lunga fila di DVD e Riviste sul tavolino del salotto di casa sua “Qui abbiamo bisogno di una riunione strategica… e un sacco di chiarimenti per voi poveri mortali…”.
“Come, prego?” si alterò immediatamente Koki.
“Voi sapete chi è quel ragazzo?” chiese Ueda, con fare saputello.
“No…” ammise Koki.
“E invece io sì! Modestamente!” esclamò, portandosi alcune ciocche indietro con un movimento veloce della mano.
Sembrava così maledettamente Jin in quei momenti…
I KAT-TUN lo avrebbero strozzato volentieri…
“E come, di grazia?” chiese Jin, irritato di vedere qualcuno comportarsi in maniera vanitosa tanto quanto lui.
“Ci ho messo un po’ a ricordarlo, a dire il vero… ma alla fine mi è venuto in mente!” disse Tatsuya, tutto contento della scoperta, battendo le mani.
Intanto, Junno e Maru esaminavano DVD e Riviste poste sul tavolino con facce sconvolte.
“Cosa sono… QUESTE?” chiese Maru, terrorizzato e imbarazzato, mollando una rivista aperta sul tavolino, verso l’inizio.
Quello che si presentò davanti agli occhi dei KAT-TUN fu qualcosa che li fece inorridire.
“Riviste Porno” rispose Ueda, candidamente.
“GLI STA FACENDO UN POMPPPFFFHHH!” venne bloccato Koki dalla mano pronta di Maru che gli tappò la bocca urlante.
“E capirai! Come se tu non ne avessi mai fatto uno a Maru!” rispose Ueda, tranquillo.
“UEDA!” sbraitò Maru, rosso fino alla punta dei capelli.
“Tat-chan… non…” cercò di esalare Junno, confuso.
Da quando il suo ragazzo leggeva riviste porno?
E soprattutto: perché lui non ne sapeva niente?
“Cosa, Jun-chan?” chiese Ueda dolcemente, portandogli delle ciocche ribelli dietro l’orecchio.
Ueda non sopportava quei capelli biondo platino, obbligati a Taguchi per questioni di copione per Yukan Club (*10), ma per quanto comprendesse, non riusciva proprio a non pensare che la capigliatura di Junno somigliasse in maniera preoccupante a quella dei personaggi di Dragon Ball…
“Potevamo studiarle insieme!” si espresse Junno, facendo catapultare Koki, Maru e Jin nel biasimo e scatenando invece in Ueda una grande gioia.
“Amore, ma basta chiedere!” rise Tatsuya “Dopo ci mettiamo a fare esercizio…”.
“Potremmo provare la posizione del…” cominciò Taguchi prima che la voce tonante di Jin li interrompesse: “ADESSO BASTA!”.
“Quanto siamo altezzosi…” disse Ueda con una scrollata di spalle “Come se non sapessi come funziona…”.
“Non è per parlare di sesso che siamo qui!” lo contraddì Jin.
“Veramente il sesso c’entra tutto…” disse Ueda, sedendosi di fianco al suo fidanzato “Non ho portato qui quelle Riviste e quei DVD Porno a caso…”.
“Come, scusa?” chiese Jin, terrorizzato.
Era incentrato tutto sul sesso?
Come?
Che stava succedendo?
Kame si era messo a fare le marchette per strada?
O era entrato in un giro di prostituzione?
Le idee più malsane balenarono nella mente di Jin e probabilmente anche in quella degli altri KAT-TUN escluso Ueda.
“Il ragazzo che abbiamo visto…” fece una pausa drammatica, giusto per aumentare un po’ la tensione, ma evidentemente rimase troppo zitto perché Jin urlò: “COSA? COSA? COSA? TI SPACCO LA TESTA SE NON PARLI!”.
Era in una crisi di panico.
Lo vedevano tutti.
Per questo nessuno disse niente.
“Il ragazzo che abbiamo visto con Kame si chiama Sho ed è un attore porno della Coat West” espose Ueda, tutto d’un fiato, chiudendo il suo discorso.
“CHE COSA?” fu l’urlo generale che si levò tra i restanti KAT-TUN.
Okay.
Qui si stava toccando l’inverosimile.
“Non è possibile…” commentò Maru, scotendo la testa con un sorriso forzato.
Non voleva crederci.
Non voleva neanche pensarci!
“Se vuoi ti faccio vedere uno dei Film…” rispose Ueda, tranquillamente, agitandogli un DVD davanti alla faccia.
“Ma sei sicuro?” chiese Junno, sporgendosi un po’ verso il suo fidanzato.
“Sicuro come di essere uomo”.
Ci fu un lungo momento di silenzio.
“Okay, cambiamo esempio… sicuro come di avere ventiquattro anni, contenti?”.
“Già va meglio…” commentò Koki con un sorriso.
“Molto più realistica…” si aggiunse Junnosuke.
“Quindi è tutto vero?” chiese Jin, completamente fuori dal Mondo, concentrato solo sulla realizzazione delle informazioni ricevute.
Kazuya, il suo innocente Kazuya, andava a letto con un esperto attore porno davvero figo!
“COME DIAVOLO FARO’ A BATTERE UN UOMO COSI’?”.
Kamenashi se ne stava rannicchiato sul divano nero di pelle del suo salotto.
Continuava a fare zapping da un canale all’altro senza fermarsi da nessuna parte in particolare.
Sho era in cucina a prendere da mangiare per entrambi mentre lui era stato incaricato di trovare qualcosa di carino da vedere.
Passò un quiz televisivo, un programma di musica dove stava passando l’ultimo successo di Tackey&Tsubasa, una soap opera sugli yakuza e stava per cambiare di nuovo canale quando sullo schermo apparve la faccia di YamaP.
Il pollice si bloccò a mezz’aria.
Aveva il serio istinto di cambiare, ma era un’Intervista in diretta e soprattutto la domanda che il Presentatore stava facendo interessava molto Kamenashi: “Quando non lavoro, quali persone le piace frequentare?”.
Osservò YamaP arricciare la bocca e poi, con un sospiro, rispondere: “La mia famiglia e alcuni amici del liceo”.
E Jin?, pensò Kamenashi.
Perché non era stato citato?
Evidentemente anche il Presentatore ebbe lo stesso pensiero perché non si trattenne dal chiedere: “E Akanishi-san (*11)? Non siete molto amici?”.
Vide le mascelle di Yamashita contrarsi e il busto irrigidirsi.
“La mia amicizia con Akanishi è un capitolo chiuso”.
Kamenashi sobbalzò e sgranò gli occhi come il Presentatore che cercò in ogni modo di cambiare discorso: “Oh, ecco… capisco… parlando d’altro…”, ma Kamenashi non lo ascoltava più.
Non gli interessava più.
Yamashita aveva appena affermato in diretta televisiva che lui e Akanishi non era più amici.
Il suo cuore sembrò scoppiare.
“E’ lui il tuo ex?” chiese Sho, indicando Tomohisa sullo schermo, apparendo sulla porta e facendo sobbalzare Kamenashi.
“Sarei caduto davvero in basso se lui fosse il mio ex ragazzo” rispose Kamenashi, asciutto.
“A me non sembra così male…” constatò Sho.
“D’aspetto - mi costa ammetterlo - ma è un bel ragazzo. Peccato abbia quel carattere che lo frega…” bofonchiò Kamenashi, irritato.
“E’ così terribile?” chiese Sho, stravaccandosi meglio sul divano.
“E’ stato lui a farmi lasciare con Jin”.
Era la prima volta che dava un nome al suo ex davanti a Sho e soprattutto era la prima volta che parlava apertamente della sua storia con Jin con qualcuno.
Sho riusciva a fargli fare cose che non pensava nemmeno di poter fare…
“Ha baciato il mio Jin sapendo perfettamente che io e lui stavamo insieme, essendo il migliore amico del mio ragazzo” spiegò brevemente.
Non gli andava di parlarne.
“Ho capito” commentò Sho, asciutto.
“Siamo nella merda tutti e due, non ti sembra?” chiese Kame, ridendo forzatamente.
Aveva solo una gran voglia di piangere.
“Non direi. A quanto ha detto questo ragazzo” disse Sho, indicando YamaP sullo schermo “Lui e… com’è che si chiama? Jin?”.
“Sì, Jin”.
“Ecco, lui e Jin non hanno più niente a che fare l’uno con l’altro. E’ la tua occasione per riconquistarlo!” sorrise Sho, carezzando una guancia bordeaux di Kamenashi.
“Non so se ne ho voglia…” disse Kame.
Voleva Jin con tutto se stesso, ma la sofferenza era stata troppo grande.
Era disposto a rimettersi in gioco di nuovo?
A mettere di nuovo tutto il suo cuore nelle mani di Jin?
A mettersi di nuovo completamente in gioco?
Ed era disposto Jin?
O magari quello con YamaP era solo uno screzio passeggero?
Era così confuso…
“Che devo fare?” chiese esitante, rivolto a Sho.
“Questo lo puoi sapere solo tu” rispose il ragazzo.
“E tu con Hikaru cosa intendi fare?” domandò ancora Kazuya.
“Darmi per disperso?” rise Sho.
“Cretino…”.
Come Kame, anche Jin aveva visto l’Intervista a YamaP.
Appena tornato a casa dalla Riunione Strategica, si era piazzato davanti al televisore, completamente perso nei suoi pensieri.
Non aveva focalizzato niente in particolare, semplicemente la sua mente era completamente piena di Kame.
Del Kame dolce e tenero del passato a quello deciso e ostinato del presente.
Aveva fatto mille e mille discorsi nella sua testa per riappacificarsi col suo amore ma erano sembrati tutti inadatti.
Aveva anche pensato di dirgli: “Facciamolo!”, ma sicuramente avrebbe solo preso un ceffone.
Quindi aveva acceso la televisione, fatto zapping e fermatosi poi quando il volto di Yamashita era apparso a tutto schermo.
Aveva ascoltato in silenzio quella sibillina frase contro di lui e la stoccata era stata forte.
Il suo migliore amico di sempre, dopo anni di amicizia, metteva ufficialmente fine a tutto quanto in diretta televisiva.
Ebbe l’istinto di mandarlo al Diavolo, ma come dargli torto?
Certo era che YamaP se la stava prendendo un po’ troppo…
No, non era vero.
E Jin lo sapeva.
Sapeva dell’amore che Yamashita provava per lui e lui se ne era approfittato, ricercando in quell’amore un palliativo alle sue pene, un sostituto che lo scaldasse come era in grado di fare l’amore che Kame nutriva per lui.
E invece, era stato lasciato anche dal sostituto.
Che bello!, pensò ironicamente.
Prese il cellulare lanciato sul divano rosso e spedì un messaggio a YamaP:
E’ proprio bello sentirsi dire le cose in faccia!
Vattene al Diavolo!
Akanishi.
Lo inviò e poi spense il cellulare.
Non aveva voglia di sentire nessuno.
Aveva solo voglia di crogiolarsi nel suo dolore.
Si avviò in cucina e nel tragitto staccò anche il telefono di casa.
Quando arrivò davanti al frigo, spalancò il surgelatore e prese il barattolo di gelato al cioccolato ancora da iniziare.
C’era quello già aperto, ma lui aveva voglia di farsi molto male…
Afferrò un cucchiaino e, lanciandosi sul divano, continuò a seguire l’Intervista di YamaP e tutti i programmi a seguire senza dar loro alcuna importanza.
Nella sua testa solo l’immagine di YamaP schiacciato dal suo piede e Kamenashi lontanissimo, minuscolo nello sfondo nero e deprimente.
Era l’unica fonte di luce in quel cunicolo buio.
Era l’unica cosa bella di quel posto.
L’unica innocente.
E allora perché uno così, uno come Kame, andava a letto con un attore porno?
Perché Kame andava a letto con altre persone che non erano lui?
Il petto gli scoppiava.
La gola bruciava.
E il cucchiaino viaggiava continuamente dal barattolo alla sua bocca, carico di un gelato che voleva addolcire ma che invece appariva solo gelido.
Sho si svegliò il giorno seguente con un forte intorpidimento al braccio destro.
Lo sentiva teso, ma non riusciva a capire se era ancora attaccato o no al suo corpo.
Un formicolio incessante attraversava l’arto senza che lui riuscisse a fermarlo.
Provò a stringere il pugno, ma gli risultò quasi impossibile.
Non si sentiva più il braccio.
E per quanto la cosa lo preoccupasse, decise di non perdersi d’animo.
Fece per piegare il gomito ma qualcosa glielo impedì.
La testa mora di Kame era poggiata placidamente sul suo braccio, fonte del suo intorpidimento.
Fissò il ragazzo e lo vide addormentato.
La cosa sensata da fare era spostare la testa di Kazuya e cercare di muovere il braccio, o direttamente di svegliarlo, ma la sera prima Kazuya era stato davvero male, così decise di lasciarlo stare.
Sho avrebbe voluto aiutarlo, in qualche modo, ma non sapeva davvero come fare!
In fondo lui aveva già i suoi problemi…
Era decisamente consigliato che evitasse di accollarsi anche quelli degli altri.
Tuttavia non riusciva a rimanere indifferente alla sofferenza del padrone di casa.
D’altronde Kazuya l’aveva aiutato e soprattutto l’aveva fatto sentire a casa quando lui aveva solo tanta voglia di buttarsi giù da un ponte.
Era stato buono, con lui.
L’aveva consolato.
L’aveva aiutato.
L’aveva ospitato.
Era stato davvero buono.
E Sho si era ormai affezionato a lui e al suo modo di fare, di muoversi, di parlare.
Kamenashi era una persona dolcissima, nonostante le apparenze.
Tendeva a comportarsi in maniera fredda e arrogante per difendersi, perché aveva sofferto tanto in passato a causa di Jin, ma nel profondo era il ragazzo più affettuoso che avesse mai conosciuto.
Le esperienze vissute l’avevano portato a comportarsi spesso freddamente nei confronti del prossimo, ma il lato buono del suo carattere non era sparito.
Era solo nascosto lì, in fondo al cuore, sommerso da un cumulo di macerie.
Macerie causate dalla sofferenza, dal pianto, dalla rabbia, dal tradimento.
Sho sospirò.
Voleva aiutarlo, era vero, ma come?
Non conosceva neanche un po’ Jin e non aveva la più pallida idea di cosa fare.
Kame gli aveva parlato del ragazzo, ma era certo che solo il cinquanta per cento delle cose fossero vere.
D’altronde Kazuya era arrabbiato con lui.
Si sentiva tradito e afflitto, non ci sarebbe stato nulla di male se nelle sue mille parole su Jin, novecento fossero state accentuate dalla rabbia.
Era normale.
Chiunque avrebbe parlato così.
Anche lui aveva parlato male di Hikaru perché era arrabbiato quando invece voleva solo stringerselo di nuovo addosso.
Gli mancava così tanto…
E in fondo sapeva che prima o poi avrebbe risposto a una delle mille chiamate che Hikaru gli faceva ogni giorno, che si sarebbe messo a digitare una risposta a uno dei cento messaggi, che si sarebbe ripresentato al lavoro, prima o poi.
Prima o poi avrebbe fatto tutte queste cose.
Ma non si sentiva pronto.
Era davvero disposto a perdonare Hikaru?
Era stato solo un bacio, era vero, ma per lui era stato più grave che se ci avesse fatto del sesso.
Considerando il lavoro che entrambi facevano, una scopata era meno importante di un bacio.
Un bacio era qualcosa di intimo, assolutamente personale, una cosa che Sho dava solo a Hikaru perché era solo di Hikaru che era innamorato.
E per tanto tempo Hikaru aveva fatto altrettanto nei suoi confronti.
Eppure aveva baciato NAGI.
L’aveva baciato.
Così.
Senza ragione.
Non aveva saputo spiegargli nulla.
Questa cosa gli mandava il sangue alla testa.
Come poteva non sapere?
Come?
COME?
Non era concepibile.
Era assurdo.
Lui voleva sapere perché.
Lo voleva sapere a tutti i costi.
Ne andava della sua sanità mentale.
“Basta” disse.
Sfilò con più delicatezza possibile il braccio da sotto la testa di Kame e si sedette sul letto.
Sentì un mugolio da dietro le sue spalle.
“Sho…?” sentì bofonchiare dalla bocca impastata di Kazuya.
“Kazu-chan, dormi… ho una commissione da sbrigare. E’ presto…” sussurrò Sho con tono dolce, piegandosi sul ragazzo e scostando con una mano i capelli dalla fronte per depositarvi un dolce bacio.
“Uhm…” annuì Kazuya, completamente rapito dal sonno, con i sensi intorpiditi, rannicchiandosi meglio nel letto.
Sho si alzò.
Aveva da risolvere la sua vita.
Tatsuya e Junnosuke arrivarono in profondo ritardo al luogo dell’appuntamento.
Avevano usato buona parte della loro mattinata a fare del sano esercizio fisico sul letto senza badare all’ora e quindi non si erano accorti che il tempo, irrimediabilmente, stava passando.
Quando si erano accorti di essere un’ora in ritardo, avevano cacciato un urlo e si erano precipitati giù dal letto alla ricerca di qualcosa da mettere e di diminuire il tempo per arrivare davanti al Palazzo dove abitava Kamenashi.
Tuttavia, non poterono evitare di arrivare due ore dopo la data prefissata.
“ALLA BUON’ORA!” li aggredì Maru, spazientito, quando li vide giungere dall’angolo della strada.
“Scusate…” disse Taguchi, dispiaciuto, grattandosi la testa.
“Dove diavolo eravate finiti?” chiese Maru, sempre più irritato.
“Ehm…” bofonchiò Taguchi in imbarazzo, ma venne interrotto dalla voce del suo compagno che, atono, annunciò: “Stavamo facendo sesso”.
“Ah” fu la basita risposta di Nakamaru che non seppe se ridere o piangere.
Da parte loro Koki e Jin avevano deciso di optare per la prima possibilità e infatti si stavano quasi sdraiando a terra per contorcersi dalle risate.
“Beh, muoviamoci, no?” disse Ueda, con la miglior faccia da impunito che riuscì a trovare, entrando nell’androne di un vecchio palazzo.
Maru sbuffò ma non disse nulla mentre insieme agli altri quattro seguivano i passi del più pettegolo dei KAT-TUN.
Il dito di Sho era ancora fermo a mezz’aria.
Dopo mezz’ora, ancora non si era deciso a premere il campanello di quella che poi era casa sua.
Aveva ancora le chiavi, ma preferì non usarle.
Sia mai che, una volta entrato, avesse trovato Hikaru avvolto con qualcuno (magari proprio quella vipera di NAGI…) nel futon (*13).
Rabbrividì al solo pensiero.
Certo che deprimermi da solo non è da persone intelligenti…, pensò.
Quindi inghiottì a vuoto e premette il tasto.
Il suono del campanello risuonò forte come un gong nel suo petto e si espanse nei suoi timpani come se ci fosse un eco.
Per un attimo che gli sembrò infinito, la porta di casa non emise alcun suono, poi, lentamente, sentì la chiusura girare e la maniglia abbassarsi.
In un lampo gli apparve davanti Hikaru, assonnato e spettinato, coperto dal suo pigiama nero.
Sho lo trovò semplicemente bellissimo.
Il sonno, però, passò a Hikaru in un lampo quando riconobbe chi aveva davanti: “SHO!” esclamò, spalancando bocca e occhi, ben sveglio.
“Ohayo (*14)” disse il ragazzo più alto, a mezza bocca.
Si sentiva mortalmente a disagio.
Oltre a sentirsi mortalmente cretino, si intende…
“O… ohayo… come mai qui?” chiese Hikaru, fissandolo di sottecchi.
“Se do fastidio me ne vado all’istante” ribatté Sho, irritato.
“Non dire idiozie” disse Hikaru, arricciando la bocca e aggrottando la fronte in un suo gesto tipico di quando era infastidito “Non ho mai né detto né pensato una cosa del genere”.
“Era solo per precisare” rispose Sho con una scrollata di spalle.
Sbuffò.
Era davvero tutto così assurdo…
“Vuoi entrare?” chiese Hikaru, con un sorriso.
Nonostante tutto, però, si sentiva a disagio.
Ed era davvero una cosa ridicola.
“Sì. Anche perché devo parlarti” rispose Sho, varcando la porta di casa, vedendola esattamente come l’aveva lasciata.
Un fiume di ricordi lo invase.
“Andiamo in salotto” disse Hikaru, chiudendo la porta e facendogli strada.
“Lei DEVE farci entrare!” disse Jin con tono sicuro, spingendo il viso contro quello del povero vecchietto che aveva aperto loro la porta.
“Ma… potreste essere dei ladri!” rispose il vecchio, rivolto ai cinque ragazzi.
“L’unica cosa che potrebbe rubare Jin sono i perizomi delle ragazze…” si sentì bofonchiare da Koki, poggiato al muro di fronte della porta, nel corridoio costellato di pareti verdi e pavimenti di lanosa moquette marrone.
“Signore, mi creda. Non faremo nulla” continuò Jin, ignorando volutamente la battutaccia di Koki “L’unica cosa che vogliamo fare è andare sul suo terrazzo”.
“Ma perché proprio sul mio? Ma poi perché?” chiese l’uomo, sempre più terrorizzato.
“Perché il terrazzo del suo appartamento è esattamente davanti alla porta di entrata di casa della persona che amo e io devo scoprire se mi tradisce o potrei impazzire!” espose Jin con tono melodrammatico.
Il vecchietto inghiottì a vuoto e Ueda, notando il movimento incerto dell’uomo, subito ne approfittò: “La prego, signore! Il nostro amico potrebbe decidere di buttarsi giù dal tetto del suo palazzo se non gli fa dare un’occhiatina!”.
“CHE?” chiesero Jin e il vecchio in coro.
“E’ davvero disperato, signore… lei non vuole averlo sulla coscienza, vero?” chiese Tatsuya con il più angelico dei suoi sorrisi ma col tono più mellifluo che riuscì a trovare.
L’anziano si ritrovò ad inghiottire a vuoto per l’ennesima volta.
Fissò i cinque ragazzi di fronte a lui che gli fecero un gran sorriso.
“Va bene, entrare” disse “Ma appena vedo un movimento strano chiamo la Polizia!”.
“Le suggerirei di chiamare la Psichiatria, al massimo!” rise Koki, varcando insieme agli altri KAT-TUN, la soglia del piccolo appartamento, diretti alla terrazza.
Kame si tirò a sedere sul letto.
Aveva il corpo intorpidito.
Aveva dormito davvero un sacco…
Era tantissimo tempo che non gli capitava una cosa simile.
Non ricordava nemmeno più quale fosse la sensazione che si provava ad essere così rilassati…
Si stava ancora stiracchiando quando il suono del telefono lo fece sobbalzare.
Accorse nell’ingresso ed afferrò l’apparecchio: “Moshi moshi? (*15)” chiese trafelato.
“Perché hai il fiatone? Cosa stavi facendo?” inquisì con tono malizioso la voce dall’altro capo del telefono.
“Yuya?” domandò, dubbioso, riconoscendo il fratello ma non volendo realizzarlo davvero.
“Certo che sono io! Non riconosci più nemmeno la voce di tuo fratello?” lo sgridò “Ma non cambiare discorso! Rispondi immediatamente alle mie domande!”.
“Ma cosa stai blaterando?” chiese Kazuya, completamente intontito dal sonno.
“Stavi facendo sesso con Sho?”.
La domanda a bruciapelo di Yuya fece urlare Kamenashi con tutto il suo fiato: “COSA DIAVOLO STAI DICENDO?”.
“E allora perché hai il fiatone? E poi non rispondi! Sei troppo agitato! Qui gatta ci cova!” inquisì ancora Yuya.
“Ma cos’è, sei andato a prendere lezioni di pettegoleggio da Ueda?” domandò Kame, aggrottando la fronte.
Yuya scoppiò a ridere: “No, ma sarebbe davvero divertente!”.
“No, sarebbe solo molto inquietante…”.
“Sì sì…” disse il più piccolo dei Kamenashi con tono accondiscendente “Ma non cambiare discorso!”.
“Non c’è nessuno discorso da cambiare. Stavo dormendo” rispose Kame.
“Sho sarebbe in grado di stuprarti anche mentre dormi” gli fece notare Yuya con tono innocente.
“YUYA!” urlò Kazuya, diventando bordeaux.
Yuya scoppiò di nuovo a ridere: “Come siamo innocentini, fratellone!”.
“E tu non credi di essere un po’ troppo sboccacciato?” chiese Kame con tono irritato.
“Sceeemooo!” lo derise ancora il fratellino “Ho chiamato solo per sapere come va la convivenza. Non mi hai fatto sapere più nulla”.
“Scusa… è stato un periodo incasinato” disse Kame, sedendosi a terra, giocherellando col filo del telefono.
“Ho visto. La tua faccia era sempre il televisione!”.
“Già. E oltretutto stiamo incidendo il nuovo album…” disse Kame, arrotolandosi il filo del telefono intorno al mignolo dove un tempo brillava la fedina che Jin gli aveva regalato.
A quel pensiero, sentì le budella contorcersi.
“Sì…” disse Yuya poi, dopo un attimo di pausa, chiese: “Allora, come va?”.
In quella semplice domanda c’erano mille sottointesi.
“Sopravvivo” rispose.
“Sho si comporta bene?” chiese Yuya.
“Sì. E’ molto gentile”.
“E con Jin va tutto bene?”.
Kame sospirò.
Non sapeva fin dove arrivasse la consapevolezza del fratello, certo era che sapeva che Yuya era a conoscenza del suo fortissimo rapporto con Akanishi.
Se poi Yuya continuasse a crederlo un semplice rapporto di amicizia non lo sapeva.
Non aveva mai avuto voglia di chiederglielo.
“No. Va tutto male”.
Era la più semplice delle verità.
E gli fece tremendamente male ammetterlo.
Jin girò di nuovo la manovella del suo cannocchiale.
Strinse gli occhi per osservare meglio e quando riuscì a mettere a fuoco, diede un grosso ceffone al braccio di Junno.
“Ahio!” si lamentò la vittima.
“Ma che ahio! Ti ho appena sfiorato! Mammoletta!” lo rimproverò Jin, ignorando i suoi lamenti e continuando a puntare le lenti del cannocchiale dritte davanti a lui, sulla porta dell’appartamento trecentoquindici.
“Cosa vuoi?” chiese Junnosuke, decidendo di ignorare la rispostaccia dell’amico.
Un po’ lo capiva, anche se il braccio bruciava.
“Perché non esce nessuno?” chiese Jin, continuando a spingere il viso contro le lenti del cannocchiale.
“Perché magari non c’è nessuno?” chiese Koki con tono canzonatorio “E poi cosa diavolo vi è venuto in mente?” chiese, fissando Ueda, Junno, Jin e Maru inginocchiati a terra a spingere i cannocchiali tra le sbarre della ringhiera del terrazzo del palazzo di fronte a quello dove abitava Kame per poterne spiare i movimenti (idea avuta da Ueda, tra l’altro…) “Solo a dei cretini come voi poteva venire in mente una cosa simile!”.
“Vuoi starti zitto?” chiese Jin, staccando finalmente gli occhi dal cannocchiale ma non ci vollero che due secondi prima che tutti scoppiassero a ridere.
Intorno agli occhi nocciola di Jin, due spessi cerchi neri facevano bella mostra di sé.
Koki scoppiò rumorosamente a ridere: “SEMBRI UN PANDA!” lo derise (*12).
“Come un panda?” si alterò Jin.
“Porti quel terribile maglione a righe bianche e nere tutto peloso e la gomma del cannocchiale ti ha lasciato due cerchi neri intorno agli occhi! Sembri un panda!” e rise di nuovo.
“Vuoi che ti ammazzo?” ringhiò Jin.
“Vuoi che ti spacchi la faccia?” minacciò Koki, brandendo il pugno davanti al viso di Akanishi, cambiando repentinamente umore.
“Cambi umore alla velocità di una donna incinta” lo derise Jin “Non è che hai qualcosa che devi dirci?”.
“COME?” urlò Koki, furente, col pugno sempre più stretto e la faccia sempre più rossa.
“Beh, sì… insomma…” indugiò Jin, bastardo “Magari tu e Maru avete deciso di invertirvi i ruoli…” lo derise.
Junno e Ueda a quell’affermazione ebbero un sobbalzo.
Che visione terrificante…, pensarono entrambi sentendo un brivido freddo lungo la spina dorsale.
“COME TI PERMETTI, BRUTTO MICROCEFALO?” urlò Koki, assalendo un ilare Jin “QUI SONO IO L’UOMO, E’ CHIARO?”.
“Perché, vorresti dire che visto che io sto sotto non sono uomo?” si sentì Maru, con tono gelido.
Subito Tanaka fermò il suo attacco contro Jin e fissò terrorizzato il suo fidanzato.
“Stai dicendo questo?” chiese ancora Yuichi.
“Assolutamente no!” si affrettò a rispondere Koki.
“Sarà meglio per te” lo informò Maru, dandogli un pugno in testa.
Era mezz’ora che se ne stavano seduti lì, immobili, senza far nulla.
Non si sentiva una sola mosca volare e Sho cominciava a sentire una certa inquietudine in corpo.
Aveva chiesto lui a Hikaru di parlare e questo probabilmente sottointendeva che fosse lui ad iniziare un qualsiasi discorso, ma da dove partire?
E soprattutto: esattamente che cosa voleva dirgli?
Nei giorni trascorsi a casa di Kame, non essendosi presentato al lavoro, aveva avuto largamente tempo di pensare.
Aveva passato ore sdraiato sul suo futon a fissare il soffitto e a sperare che la risposta venisse dal cielo.
Ovviamente nessuno era venuto in suo soccorso.
Questa era una cosa che solo lui poteva sapere, di cui solo il suo cuore aveva la risposta.
Non poteva aspettarsi che fosse l’intromissione di qualcun altro a salvarlo da questa situazione.
Tossicchiò e guardò di sottecchi Hikaru.
Era bellissimo.
Ma perché quando si è arrabbiati, la persona che è causa della nostra ira ci appare molto più bella del normale?
Sho avrebbe voluto tagliarsi la testa…
“Ehm…” cominciò, tentennante, e subito ebbe l’attenzione di Hikaru puntata su di sé.
Quei delicati occhi nocciola lo fissavano trepidanti da sotto le ciglia lunghe pronti a gioire o a piangere ad una sua sola parola.
“Dove sei stato in questo mese?” chiese Hikaru, a bruciapelo, quando vide che Sho non era intenzionato a proseguire.
Voleva sapere.
Doveva sapere.
Era geloso da morire.
“Da un amico” rispose Sho, fissando le sue gambe intrecciate.
Erano seduti nel salotto, intorno al tavolino, sopra i cuscini bassi e morbidi di cotone rosso che aveva scelto Hikaru.
“Bugiardo” disse Hikaru, stringendo le dita.
“Non sto mentendo” rispose Sho.
“Bugiardo” ripeté Hikaru.
“Anche fosse, sei la persona meno indicata a farmi la predica” disse Sho, lanciando la prima delle mille stoccate che gli salivano alla gola.
“Mi accusi senza farmi spiegare. Bel modo che hai di fidarti di me!” lo rimbeccò Hikaru, incattivito.
“Cosa c’è da spiegare? Hai baciato un altro. Punto. Fine della storia. In tutti i sensi” continuò Sho, sempre più velenoso.
Aveva una voglia pazza di dargli un ceffone, ma si trattenne.
“E’ vero, ho baciato un altro, ma non perché io lo volessi!” ribatté Hikaru, battendo il pugno sul tavolino di legno laccato nero.
“Dicono tutti così, mio caro” lo rimbeccò Sho, sarcastico.
“NON SAI NIENTE!” urlò Hikaru, furioso.
Gli bruciavano gli occhi e la faccia e gli girava la testa.
Voleva solo alzarsi, andare da Sho e dargli un pugno, così magari si sarebbe sfogato e quella rabbia che sentiva in corpo sarebbe sparita.
“COSA C’E’ DA SPIEGARE?” chiese ancora Sho, riformulando la stessa domanda fatta in precedenza ma con il doppio dei decibel nella voce.
“TANTO PER COMINCIARE IL FATTO CHE E’ STATO NAGI A BACIARE ME E NON IO A BACIARE LUI!” disse Hikaru, isterico, esasperato.
“E COSA VUOI CHE CAMBI?” chiese Sho, alzandosi in ginocchio, arrivando di fronte alla faccia di Hikaru.
Lo vide provato, arrabbiato, disperato.
Si sentì un verme, ma non poté tirarsi indietro.
“CAMBIA TUTTO!” disse Hikaru, sputando in faccia a Sho tutta la sua rabbia “Cambia dal fatto che ti amo da morire… che non ti avrei mai tradito…” iniziò a singhiozzare.
Si sentiva un idiota e non seppe fare altro che continuare coprendosi il viso con una mano mentre l’altra era stretta a pugno sul tavolo.
“Non ti avrei mai tradito… te lo giuro…” continuò con la bocca impastata, stringendo gli occhi “Credimi…”.
Sho non sapeva che fare.
Voleva con tutto il suo cuore credergli e soprattutto abbracciarlo e consolarlo, ma l’orgoglio era più forte.
Il suo smisurato ego era ferito.
Non riusciva a cancellare la rabbia e la vergogna di essere stato tradito e andare appena al di là del tavolo e abbracciare il suo amore che, a quanto sembrava, lo amava con tutto se stesso.
“Sho…”.
Quell’implorazione, fatta singhiozzando, scosse l’animo di Sho.
Si spinse in avanti sul tavolino e abbracciò Hikaru, facendolo cadere indietro, steso a terra.
La posizione era scomoda, lui era sdraiato sopra Hikaru che non stava di certo nel miglior modo possibile, ma non gli importava.
Voleva solo stare lì così, abbracciato a lui, stretto in un muto abbraccio che sapeva di mille parole.
E di amore.
“Ti credo”.
Non seppe dire altro.
E quando guardò Hikaru in viso e vide il suo sorriso felice macchiato da lacrime che non avrebbero mai dovuto esserci, seppe di aver fatto la cosa più giusta della sua vita.
“Mi sto stancando!” sbraitò Jin, spazientito.
Erano due ore che se ne stavano accovacciati su quella terrazza e lui cominciava a non sentirsi più le gambe.
Formicolavano così tanto che dubitava non ci fosse davvero una schiera impazzita di quei piccoli animaletti neri che camminavano su e giù per la sua gamba spostandosi avanti e indietro.
“Porta pazienza! La vita degli investigatori è lunga e faticosa!” lo rimproverò Ueda dandogli un buffetto sulla testa.
“Sì, ma qui non succede niente… e mi sono finito i tre pacchi extra di patatine all’aglio…” si lagnò ancora il Bakanishi.
“E si sente!” disse Koki, sventolandosi la mano davanti al naso.
Jin gli scoccò un’occhiataccia ma non disse niente.
“Che noooiaaa!” si lagnò Junno a sua volta, sbuffando e sedendosi a terra, con la faccia rivolta verso il cielo.
“ZITTO TU!” urlarono Jin e Ueda, incavolati.
“Eh? Ma che ho fatto?” cominciò a lagnarsi Junno “Perché tutti possono lamentarsi tranne me?”.
“Perché tu non hai voce in capitolo!” lo lapidò Ueda.
“Eppure mi sembrava di averne, stamattina…” disse Taguchi con tono allusivo.
“Quando siamo a rotolarci nel letto è un’altra cosa” rispose Ueda, per nulla in imbarazzo, soffocando sul nascere le risate sguaiate di Jin e Koki e l’imbarazzo di Maru.
“Rigiratela come vuoi, ma sta di fatto che a letto miagoli come un gattino… è solo fuori dalle lenzuola che sei una tigre!” disse Junno, paragonando il più efebico dei KAT-TUN a metà specie animale.
“Io sono sempre una tigre…” sussurrò suadente Ueda, leccando l’orecchio di Junno con fare allusivo.
Al che, Jin e Koki morirono dal ridere mentre Maru urlava: “ADESSO BASTAAA!”.
La telefonata avuta poco tempo prima con suo fratello Yuya, aveva riaperto ferite che Kame credeva di avere ormai cicatrizzato.
Si sentiva un coglione, dovette ammetterlo.
Almeno con se stesso poteva.
Sbuffò.
Erano ormai passati anni da quel lontano giorno d’estate in cui un anonimo giornale scandalistico come tanti gli aveva sbattuto in faccia la cruda realtà: il suo amore, il suo Jin, era stato beccato al mare con Yamashita Tomohisa in atteggiamenti davvero poco equivocabili ed erano stati visti bere un cocktail alla frutta dallo stesso bicchiere con due cannucce intrecciate a forma di cuore.
Quando aveva letto quel Titolo e visto quelle Foto, aveva davvero sentito l’istinto di andare lì e massacrare Jin di botte.
Tantissime e dolorosissime botte, per far provare al suo ragazzo la stessa sofferenza che sentiva nel petto.
Ma poi non lo aveva fatto.
Aveva afferrato il cellulare e, ringhiando, aveva sputato in faccia a Jin tutto il suo odio e il suo rancore, il suo pentimento per una storia che doveva essere la più importante e invece si era rivelata solo la più dolorosa.
E non era riuscito più a riacquistare un rapporto civile con lui.
Anche a distanza di anni.
Magari riuscivano a scherzare qualche volta, ma subito qualcosa scattava di nuovo.
Subito quel lancinante ricordo tornava a galla e allora erano di nuovo urli e insulti, di nuovo battutine sarcastiche.
Non ricordava più nemmeno quante volte aveva stretto il polso di Jin, proteso verso di lui nel tentativo di toccarlo, talmente forte da fargli uscire un ematoma.
Non lo sapeva più, sapeva solo che non poteva andare avanti così.
Era davvero troppo.
“Che vita di merda…” commentò.
Quindi afferrò il giaccone e prese la porta di casa.
Voleva andare da Jin e magari schiaffeggiarlo, urlargli contro di tutto…
Non lo sapeva.
Non era sicuro di niente.
L’unica cosa certa era che doveva farlo.
Assolutamente.
A tutti i costi.
Doveva farlo.
“AAAHHH!” urlò Jin, spingendo fortissimo gli occhi contro il cannocchiale “ECCO KAME!”.
Continuò a seguirlo con il suo binocolo mentre anche gli altri afferravano i propri e si mettevano all’’inseguimento visivo del loro compagno.
“Dove cazzo sta andando?” chiese Koki, spazientito, protendendosi in avanti sul bancone, in bilico tra il rimanere sul terrazzo o cadere di sotto.
“Bo…” commentò Maru, mettendo bene a fuoco.
“Da quella parte cosa potrebbe esserci che interessa a Kame? E’ la via fighetta… Kame non ci va mai” annuì Ueda, assolutamente informato su vita morte e miracoli dei suoi compagni.
“Da quella parte c’è solo…” iniziò Junno, staccando gli occhi dalle lenti e puntandoli su Jin.
“… casa mia” concluse Akanishi, fissando Kame camminare svelto verso una strada che i suoi piedi avrebbero potuto fare da soli.
Ci fu un silenzio assordante tra i KAT-TUN fino a quando il rumore del ceffone che Koki diede sulla nuca di Jin ruppe il silenzio.
“IIITTEEE (*16)!” urlò Jin, toccandosi la testa “PERCHE’ MI HAI COLPITOOO?”.
“Perché sei un coglione!” iniziò Koki, dandogli un altro ceffone “Kame sta venendo a casa tua e tu cosa fai? Te ne stai ancora accovacciato su una stupida terrazza di uno stupido vecchio!”.
Jin sbarrò gli occhi.
Koki aveva ragione.
Il suo amore stava venendo a casa sua e lui se ne stava lì, imbambolato, senza concludere nulla.
“Vado!” disse, correndo come un fulmine (o almeno ci stava provando…) verso la porta d’ingresso dell’appartamento per correre poi a casa sua dove lo aspettava il suo amore.
Stava suonando ripetutamente da almeno cinque minuti.
Alla fine, Kame decise di rimanere col dito attaccato al campanello.
Sia mai che quel coglione stia dormendo, pensò poco gentilmente.
“Dove cazzo sei?” ringhiò minaccioso, per nulla intenzionato ad essere cortese.
Come gli giravano le palle quando era così…
“Maledetto Bakanishi dei miei stivali… se ti becco lo so io cosa farti… te lo taglio! Giuro che te lo taglio!” continuò a imprecare Kame, sottovoce e a denti stretti “Tanto avrei dovuto farlo già diversi anni fa! Lo sapevo io che non dovevo rimandare!” continuò “Beh, meglio tardi che mai!” disse, dando un colpo secco col dito al povero campanello come se dovesse tagliare di netto il secondo cervello di Jin.
(che sul fatto che fosse il secondo, seriamente, ne dubitava…).
Fissò in silenzio la porta, con faccia apatica, aspettando che qualcuno aprisse.
Niente.
Completo silenzio.
“DOVE DIAVOLO SEI!” urlò, calciando fortissimo la porta.
“Qui” disse Jin, sbucando da dietro le sue spalle.
Kazuya sobbalzò.
“Ero fuori” disse Jin.
“A cercare di rimettere le cose apposto con Yamashita?” disse Kazuya, lanciando una battutina sarcastica, la prima delle mille che gli pizzicavano alla lingua.
“Non ho più niente a che fare con Tomohisa” rispose Jin “Io voglio avere a che fare con te e basta”.
Il cuore di Kame, davanti agli occhi seri puntati dritti nei suoi, ebbe un sobbalzo.
“Sei intenzionato a tornare con me perché Yamashita ti ha lasciato?” ringhiò.
“Non dire stronzate” ribatté Jin, irritato.
“Io dico la verità. Quello che è bravo a dire stronzate sei tu” disse Kame, stoccando l’ennesima battuta.
Aveva un terribile veleno in gola e stava lì da troppo tempo.
Era arrivato il momento di sputarlo fuori.
“Kazuya, io vorrei davvero parlare con calma… ma non posso farlo se tu continui ad aggredirmi” si espose Jin, passandosi una mano tra i capelli.
Doveva mantenersi calmo.
Sapeva bene come andava a finire se lui o Kame si facevano prendere dal nervosismo: urli, strepiti, forse un ceffone.
E di solito era lui il primo ad urlare, ma stavolta non poteva.
Aveva finalmente capito cosa voleva davvero, ne aveva preso finalmente coscienza, e non poteva sputtanarsi così da solo.
“E’ inutile che noi due parliamo, Jin… tanto non risolviamo mai niente…” disse Kame con un sospiro, cominciando a pentirsi di aver deciso di venire lì.
In fondo perché l’aveva fatto?
Sapeva bene come andava tra di loro.
Non si risolveva mai niente, anzi, si complicava!
Cosa gli aveva fatto credere che stavolta sarebbe stato diverso?
“Non risolvevamo mai niente perché nessuno dei due voleva risolvere qualcosa… ma stavolta è diverso” disse Jin, serio “Stavolta entrambi vogliamo che le cose si aggiustino”.
“Jin… io sono anni che voglio che le cose si aggiustino… con noi due insieme o separati non lo so… solo… che si aggiustino…” disse Kazuya con un filo di voce, ormai esausto.
Avevano appena iniziato a discutere, lo sapeva, ma conosceva anche il suo cuore ed ormai era arrivato al capolinea.
“Kame…” sussurrò Jin, allungando un braccio.
“Non toccarmi” disse Kamenashi con un sibilo.
“Volevo aprire la porta…” disse Akanishi, cercando di nascondere il suo gesto, deviando velocemente la direzione del suo braccio dal viso di Kazuya alla maniglia della porta.
Kame lo fissò sarcastico.
“Stai zitto” bofonchiò Jin mentre Kazuya scoppiava a ridere.
Jin lo fissò.
La bocca aperta in una risata di cuore e le guance rosse.
“E’ così bello vederti ridere di nuovo…” sussurrò mentre frugava nelle tasche alla ricerca della chiave.
La risata di Kamenashi si fermò subito e rimase immobile a fissarlo.
Jin sorrise e si girò verso la porta, fuggendo al suo sguardo, armeggiando un po’ con la serratura.
Quando la chiave finalmente fece il giro completo, aprì il portone e invitò Kazuya ad entrare.
Era arrivata la resa dei conti.
Sho strinse forte il corpo di Hikaru contro il proprio.
Sentire di nuovo quella pelle liscia e delicata, desiderata, contro la propria fu una sensazione bellissima.
Le labbra di entrambi si curvarono in un sorriso e poi si baciarono con dolcezza.
Rimasero a fissarsi negli occhi con amore fino a quando Sho baciò la punta del naso e poi la fronte di Hikaru.
Questi passò le mani tra le ciocche corvine del suo ragazzo mentre, sussurrando, disse: “Mi spiace per tutto questo casino…”.
“Non pensavo che in un mese senza sesso fossi diventato un disastro” disse Sho, ridendo, facendo volutamente finta di non capire.
“Ma cosa dici, scemo!” lo rimproverò Hikaru con un buffetto delicato sulla nuca “In questo sei sempre il migliore…” sussurrò suadente ripensando alle sensazioni fortissime provate fino a pochi minuti prima.
Sho sorrise e gli schioccò un bacio sul collo.
“Quello che volevo dire è che mi dispiace che tu abbia frainteso tutto” disse Hikaru.
Sho annuì.
Hikaru gli aveva raccontato tutto.
Ora sapeva perché aveva trovato il suo ragazzo con la bocca incollata a quella di NAGI nel salotto di casa loro.
Infatti NAGI aveva chiesto a Hikaru di parlare e nel frangente, gli aveva fatto una dichiarazione d’amore.
Quando Hikaru lo aveva rifiutato, NAGI non aveva trovato niente di meglio da fare che incollare le proprie (viscide) labbra, su quelle del suo ragazzo.
Lui era entrato proprio in quel momento e, senza ascoltare ragioni, se ne era andato, urlando contro Hikaru cose di cui si pentiva amaramente.
“Dispiace anche a me di non averti ascoltato” ammise Sho.
“Sì, ti sei comportato da vero stronzo!” disse Hikaru, annuendo convinto.
“Cooosaaa?” urlò Sho, indignato.
“E’ dannatamente vero!” rise Hikaru baciandogli la punta del naso.
“Guarda che se continui ti spacco la faccia!” lo minacciò Sho, sventolandogli il pugno davanti alla faccia.
Hikaru scoppiò a ridere e poi lo baciò.
“Sei stato uno stronzo incapace di ascoltare…” cantilenò, una volta staccati.
“E’ vero” ammise Sho, sorridendo “Non saper ascoltare è davvero brutto…”.
“Mh?” chiese Hikaru, alzando le sopracciglia sorpreso e sbattendo gli occhi dalle lunghe ciglia castane.
Sembrava davvero un cerbiatto…
“Sai l’amico da cui sono stato questo mese?” chiese Sho e Hikaru annuì “Beh, lui ha vissuto una situazione simile alla nostra… solo che il tradimento c’è stato davvero…”.
“Oh…” commentò Hikaru, indeciso su come prendere il discorso.
“Lui, Kame, è davvero una persona fantastica! E’ dolce e gentile, ma il suo ragazzo lo ha tradito lo stesso” continuò Sho “Quando ci penso, non posso non considerare il fatto che noi maschi siamo dei veri imbecilli. Ci facciamo sfuggire la massima felicità da sotto le dita per una scopata. E’ da perfetti idioti! E te lo dice uno che di idiozie ne ha fatte tante nella vita!”.
“Cosa stai cercando di dirmi, Sho?” chiese Hikaru, confuso.
“Vedi, amore mio… quello che cerco di dire è che…” si passò una mano sulla nuca, inghiottendo la saliva “… è che probabilmente non mi sarei stupito se tu mi avessi tradito, che in fondo non me la sarei nemmeno dovuta prendere troppo con te per questo”.
“Come?” chiese Hikaru, spiazzato.
Che diavolo stava dicendo?
“Tu sei come Kame. Sei dolce e gentile, sei tenero e mi ami. Io sono come il suo ragazzo. Uno stronzo. E ti amo” disse Sho.
“Continuo a non capire…” obbiettò Hikaru.
“Insomma… se fosse stato Kame a tradire, allora forse il suo ragazzo ce l’avrebbe fatta a riprendersi dalla batosta. Ma se fosse stato il suo ragazzo a tradire, come è successo tra l’altro, allora Kame non riuscirà mai a riprendersi perché è troppo buono e non riesce ad odiare il suo ragazzo nonostante tutto. Per questo dico che forse è normale se sei tu a tradire me… perché così almeno soffriremo meno…”.
“Non è una bella cosa quella che stai dicendo…” commentò Hikaru che, nonostante le confuse parole del suo amore, ormai riusciva a capirlo.
“Lo so” ammise Sho.
“… ma non posso negare che sia obbiettivamente vero”.
“Spero che le cose tra quei due vadano apposto…” commentò Sho, baciando lo sterno di Hikaru.
“Vedrai che andrà bene” disse Hikaru, carezzandogli la testa “Se, come dici tu, Kame mi somiglia, allora perdonerà il suo fidanzato perché il dolore del tradimento è mille volte inferiore al dolore che prova quotidianamente nel vivere senza di lui…”.
Voleva davvero tornare con lui?
Voleva davvero rischiare di nuovo di soffrire?
Continuava a chiederselo, Kame, senza trovare una risposta sensata.
Lo voleva.
Di questo era certo.
Ma bastava il suo desiderio a cancellare tutto il male?
Non lo sapeva.
Proprio non riusciva a capirlo.
Sapeva solo che lo amava.
Da morire.
Da sempre.
Per sempre, probabilmente…
Era stato il suo primo amore, la storia importante, quella che gli aveva fatto toccare il Paradiso.
Peccato poi essere precipitati giù nell’Inferno…
E quando aveva finalmente deciso di riprendersi, di dimenticarlo, ogni volta qualcosa lo lasciava sospeso lì, nell’abisso infinito del Purgatorio dove non riusciva a trovare scampo…
Era come sospeso in un Limbo.
Come se il suo corpo non gli appartenesse davvero ma stesse lì, fluttuante tra le anime, a cercare di fuggire disperatamente senza riuscirci.
E infatti era ancora lì, sospeso, indeciso.
Sospirò.
“Non può funzionare” disse.
“Perché? Non ci siamo dati altre possibilità” obiettò Jin, sbuffando spazientito.
“Che altre possibilità vuoi? Mi hai messo le corna. Punto” disse Kame.
Come gli urtava…
“Ho sbagliato, è vero, e in questi anni mi sono comportato di merda con te, ma questo non vuol dire che io non sia pentito!” obiettò ancora Jin.
“Ma da dove ti viene tutta questa sapienza?” indagò Kame, per nulla convinto delle parole del compagno.
“Sto cercando di parlare seriamente, Kame…” sussurrò, sibilante.
“Anche io. Mi preoccupi davvero” disse Kazuya.
Jin lo fissò, furioso.
Non voleva ascoltare.
Non voleva sentire.
E lui non aveva tempo da perdere.
“Adesso basta. Non vuoi ascoltarmi. Vattene al diavolo!” sbraitò Jin, alzandosi e sbattendo le mani sul tavolino.
“Per questo dico che tra noi non può esserci futuro” disse Kame, alzandosi e sbattendo la porta d’ingresso dietro le sue spalle.
Quando Kame arrivò di nuovo a casa sua, seppe solo sbattere fortissimo la porta dietro le sue spalle, molto più forte che a casa di Jin.
Era arrabbiato.
Incazzato nero, a dire il vero.
Era davvero furioso con quello stronzo di Jin.
Fortuna che voleva parlare con calma!
La prima occasione e l’aveva provocato!
Certo, lui non era stato esattamente paziente e non è che lo avesse aiutato molto a mantenere la calma, ma dannazione!
Jin lo capiva o no che anche lui aveva un orgoglio?
Sembrava di no, visto che continuava a comportarsi sempre allo stesso modo…
Se lo avesse capito, si sarebbe reso conto che aveva fatto un grande sforzo nel tornare a rivolgergli la parola…
Eppure no!
Jin lo dava per scontato, come se fosse una cosa ovvia!
Ma non lo era, dannazione!
Doveva entrargli in testa!
Kame stava facendo di tutto per cercare di essere civile, ma se Jin continuava a comportarsi da insensibile prima donna le cose non sarebbero mai cambiate!
E Kame sapeva che era proprio così.
Le cose non si sarebbero aggiustate.
Probabilmente sarebbe stato per sempre uguale, sempre quel Limbo…
Sempre quell’Inferno.
Sempre uguale.
Scosse la testa.
Devo dimenticarlo.
Erano mille volte che se lo ripeteva, ma non era mai stato così convinto.
E’ l’unica cosa giusta da fare, per la mia sanità mentale!
Sì, era arrivato il momento di farlo.
Assolutamente.
Doveva dimenticarlo.
Jin sbatté per l’ennesima volta il pugno contro il cuscino.
Non ne poteva più.
Seriamente.
Era sfinito!
Capiva Kame, certo, ma Kame capiva lui?
Stava facendo un sforzo per cercare di essere gentile…
Si era pure intrufolato a casa di un vecchietto per amor suo!
Ma possibile che niente scuotesse l’animo ormai glaciale di Kazuya?
Okay.
Kazuya non sapeva del vecchietto, del terrazzo e dei binocoli, ma questo non giustificava quel comportamento gelido nei suoi confronti!
Sbuffò.
Era un bugiardo.
Sapeva bene perché Kamenashi fosse così bastardo con lui.
Se lo meritava, porco cazzo!
Se lo meritava eccome!
Eppure si era illuso che le cose potessero andare bene…
Forse perché un’ora passata con YamaP non era neanche paragonabile ad un secondo passato con Kame…
In questi anni separati aveva finalmente capito che voleva Kazuya e nessun’altro.
Tuttavia, nonostante ne fosse assolutamente convinto, non aveva mai reso partecipe Kame delle sue riflessioni.
Come poteva?
L’unica cosa che otteneva da Kame, di solito, era uno sguardo gelido e una risposta secca…
Che stress…
Sbuffò di nuovo.
Sembrava una locomotiva a vapore.
Perché va sempre tutto male?, si chiese.
Non lo sapeva.
Solo di una cosa era certo: Kazuya era suo.
E basta.
Lo avrebbe riconquistato.
A qualunque costo.
Sho si chiuse silenziosamente la porta del bagno dietro le spalle.
Hikaru dormiva placidamente nel loro letto e lui ne aveva approfittato per afferrare il proprio cellulare e comporre il numero di quello di Kazuya.
Lo sentì squillare, attendendo che qualcuno rispondesse, e quando Kame lo fece, la voce che sentì dall’altro capo sembrava essere appena uscita dall’oltretomba: “Moshi moshi?”.
“Che voce!” gli fece notare Sho.
“Scusa… ho appena finito di litigare (per l’ennesima volta) con Jin…” disse Kazuya, con un sospiro.
“Avete litigato ancora?” domandò Sho, guardandosi la barba un po’ lunga allo specchio.
Erano almeno tre giorni che non si radeva…
“Sì… ci abbiamo provato… ma appena abbiamo cercato di parlare subito è uscito il primo Vattene al Diavolo!, e allora me ne sono andato…” spiegò Kame, con voce stanca.
“Possibile che non riusciate a parlare senza insultarvi?” chiese Sho, decidendo con un ultimo sguardo che appena fosse finita la chiamata si sarebbe dato una bella rapata alla barba.
“E’ colpa sua!” si affrettò a precisare Kame “Lui mi ha sempre trattato di merda e io ho cercato sempre di portare pazienza… ma appena io gli do una risposta fatta strana subito mi prende a paraculate! Ma ti pare normale?” domandò, con tono concitato.
“Siete due persone diverse, Kazu-chan, è normale che abbiate reazioni diverse davanti alla stessa situazione…” cercò di essere obbiettivo Sho.
“Lo so!” disse Kamenashi, stufo “Ma non può chiedermi di parlare e poi mandarmi al Diavolo!”.
“No, obbiettivamente no, ma lo conosci… sai com’è fatto. Dovresti vedere oltre i suoi gesti” continuò Sho, aggiustandosi alcune ciocche ribelli.
Lo specchio aveva sempre avuto un certo effetto sul suo narcisismo…
“Ormai non sono più sicuro di sapere com’è!” disse Kame, con uno sbuffo spazientito, ma anche triste.
“Cerca di parlare con lui e di restare calmo. Magari con un buon proposito di mettere almeno fine a questa cosa… se in positivo o negativo non lo so, ma la fine” suggerì Sho, osservando il risultato dei suoi gesti allo specchio.
Annuì compiaciuto.
“Inutile parlare con lui” rispose Kame “Ormai ho deciso di dimenticarlo”.
“COME?” urlò Sho per poi zittirsi in un secondo.
Se continuava così andava a finire che Hikaru si sarebbe svegliato, fraintendendo tutto…
Non era normale che uno per fare una telefonata si chiudeva in bagno…
“Ormai ho deciso” ripeté Kazuya.
“E’ assurdo” disse Sho, scotendo la testa.
“No, non lo è. Non dopo tutto questo” obiettò Kame.
“E’ come se io mi fossi rifiutato di parlare con Hikaru… ora non saremo di nuovo insieme!” disse Sho, distrattamente.
“Come?” esclamò Kame, improvvisamente allegro “Tu e Hikaru siete tornati insieme?”.
Era davvero felice per il suo amico!
Che bella notizia!
Almeno una in quell’intera (orribile) giornata…
“Beh, sì…” ammise Sho, arrossendo appena.
Era così felice da non riuscire a contenersi!
Si sentiva un idiota.
“Che bello! Congratulazioni!” esultò Kazuya, tutto felice.
“Grazie…” disse Sho, imbarazzato.
“Quindi è un addio… per questo hai chiamato” disse Kame, con tono malinconico.
“No! Solo un arrivederci!” si affrettò a correggerlo Sho.
“Va bene. Sentiamoci qualche volta…” disse Kame.
“Certo!” disse Sho “Fammi sapere quando ci saranno sviluppi con Jin!”.
“Non ci sarà nessun sviluppo! Ti ho detto che lo… tu… tu… tu…”.
La voce di Kame venne interrotta non appena Sho chiuse lo sportellino del suo cellulare.
Non voleva sentire idiozie.
Per questo gli aveva chiuso la chiamata in faccia!
Che idiozia!
Quando Kame smetterà di amare Jin io diventerò Imperatore del Giappone!, pensò con sarcasmo, Ed è obbiettivamente una cosa assolutamente impossibile!
Era ora che anche Kame lo capisse.
Kame rimase basito a fissare lo schermo del suo cellulare.
COME?
Sho gli aveva chiuso il telefono in faccia!
Sentì un insano istinto di ucciderlo…
Maledetto…
Okay.
Aveva deciso.
E quando Akanishi Jin prendeva una decisione faceva di tutto per portarla a termine (se prima non inciampava in qualche gonnella… suggerì la sua coscienza)!
Beh, stavolta non ci sarebbero state né gonnelle né perizomi a tenerlo!
Avrebbe fatto capire a Kame che lo amava da morire e basta!
Altro che tutti (e tutte) quelli (e quelle) che si era fatto!
Lui amava Kame.
E ora l’aveva capito.
Doveva solo farlo capire a Kamenashi…
Che si sa, in fatto a cocciutaggine non era di certo inferiore ad Akanishi…
Ma lui avrebbe vinto!
Eccome se avrebbe vinto!
Ne valeva dell’onore del suo gingillo!
Sorrise ed uscì di casa.
Era notte fonda.
Poco importava.
Doveva sbrigarsi…
Altrimenti tutti i suoi intenti sarebbero andati a puttane!
E questa era davvero l’unica occasione in cui non voleva andarci!
Entrò in macchina e schizzò come un razzo a casa di Kazuya.
Quando vi arrivò, si attaccò al campanello.
Non gli importava se avrebbe preso mille paraculate.
Doveva sbrigarsi.
“CHI CAZZO E’?” urlò Kamenashi, spalancando la porta.
Aveva la faccia stravolta e gli occhi rossi.
Aveva sicuramente pianto.
“Ciao” disse Jin, agitando una mano.
“Ciao un par di palle! Che cazzo ti viene in mente, eh?” chiese Kamenashi, profondamente irritato.
“Scusa…”.
“Sei sempre bravissimo a scusarti! Peccato tu non abbia mai il buon gusto di evitare l’errore!” disse Kamenashi, lanciando un’ennesima stoccata.
Jin la ignorò.
Voleva incazzarsi, ma non era il momento.
Gli avrebbe dato una testata dopo…
“Vestiti. Devo portarti in un posto” disse.
“Come, prego?” chiese Kame, fissandolo isterico.
“Devo portarti in un posto!” insistette Jin.
“Io non vengo da nessuna parte, con te!” obiettò Kame, irritato.
“Kazuya, per piacere” implorò Akanishi con una voce che stentava a riconoscere come propria.
“NO!”.
“Kazuya, è davvero importante…”.
“Ma perché?”.
Ora il tono di Kazuya era esasperato, confuso, impaurito.
“Perché tu non vuoi ascoltarmi! E visto che non vuoi starmi a sentire dovrò farti capire ciò che provo in qualche altro modo…” spiegò Jin.
Non gli piaceva l’idea di sfoderare così le sue carte, ma come fare?
Doveva portare Kame in quel posto prima che facesse giorno.
Kamenashi lo fissò intensamente.
Cosa fare?
Da una parte non voleva assolutamente seguirlo visto quello che si erano detti, dall’altra non vedeva l’ora di sapere cosa stesse progettando la mente contorta del suo ex fidanzato.
Lo fissò negli occhi.
Erano sinceri.
“Va bene. Andiamo”.
Il sorriso che Jin riversò a Kazuya, fece spazzare via ogni dubbio.
Aveva fatto la cosa giusta.
Kamenashi continuava a guardarsi intorno spaesato.
Erano saliti in macchina di Jin ed erano partiti alla volta della periferia, verso la campagna, lì dove di solito vanno le famiglie a campeggiare la domenica di primavera.
Ma loro non erano né una famiglia né tanto meno era primavera…
Quindi: che diavolo ci facevano lì?
Il paesaggio scorreva veloce sotto gli occhi di Kazuya.
Aveva visto ben presto i grattacieli sostituiti da piccole abitazioni sostituite a loro volta da campi arati sostituiti poi da sterminati prati verdi.
“Dove stiamo andando?”.
Era la trecentesima volta che lo chiedeva ed era anche la trecentesima volta che non otteneva risposta.
La sua irritazione crebbe ancora, ma decise di mantenere la calma.
Stette in silenzio per un bel po’ a fissare il paesaggio fino a quando, dopo un quarto d’ora, chiese di nuovo: “Me lo vuoi dire si o no?”.
Ancora nessuna risposta al suo tono scocciato.
Stava per fare una scenata quando Jin fermò la macchina vicino ad una staccionata di legno.
Kazuya sbarrò gli occhi.
Imitò Jin ed uscì dalla macchina e si fermò a fissare la collina davanti a lui.
“Mi hai portato a vedere una stupida collina?” chiese Kame.
Si stava già pentendo di avergli dato retta…
“Vuoi stare zitto un secondo?” aprì bocca per la prima volta in mezz’ora Jin.
Ovviamente l’aveva aperta per offenderlo!
“Se tu rispondessi io me ne starei zitto!” rimbeccò Kazuya.
Jin sbuffò e poi lo afferrò per un braccio.
“Zitto e seguimi” intimò.
Quindi Kame venne strascinato su per la collina, annaspando alla ricerca d’aria fresca.
Ma la brezza notturna era troppo pungente e alla fine gli fece bruciare i polmoni.
Quando arrivarono in cima e si fermarono, Kame si piegò in avanti e tossì.
Jin aspettò paziente che il suo ex ragazzo finisse e quando riebbe la sua attenzione, indicò dritto davanti a lui.
Kame dapprima lo fissò interrogativo, poi seguì tutta la linea del braccio di Jin fino ad arrivare all’indice che puntava verso il basso, gìù, dove quello che vide lo lasciò ancor più senza fiato della corsa.
“E’… bellissimo…” disse Kame, fissando estasiato tutta Tokyo sotto di loro.
Era nera nei contorni della notte, piatta come un disegno ma splendente come il sole.
Sembravano mille stelle attaccate alla Terra, intrappolate nell’abisso nero dell’erba.
Erano offuscate, sovrapposte, bianche e gialle, tremolanti.
Sembravano candele.
Era come se Jin avesse acceso mille candele su un terreno solo per lui.
Era così romantico che stentò a credere l’idea fosse davvero di Jin…
“Perché… mi hai portato qui…?” riuscì ad esalare.
“Le vedi queste luci, Kame?” chiese Jin, ignorando la domanda di Kazuya e facendone una a sua volta.
Fissava dritto davanti a sé evitando di guardare Kame.
Aveva paura che le gambe gli avrebbero tremato troppo di fronte al suo amore, impedendogli di essere davvero sincero.
Aveva sempre fatto a pugni con le parole e forse proprio per questo spesso aveva evitato di dar voce ai propri sentimenti… ma stavolta era diverso.
Stavolta doveva parlare.
Stavolta voleva parlare.
“Sì…” sussurrò Kame.
Al che Jin continuò: “Sono bellissime, vero?” domandò prima di proseguire senza attendere risposta: “Davanti ad uno spettacolo come questo chiunque si troverebbe a pensare che quella che ha davanti è la cosa più bella del Mondo, che non ha bisogno di nient’altro in quel momento…” prese aria “Eppure per me non è mai stato così. Per me c’era sempre qualcosa di più bello al Mondo, qualcosa di cui avevo bisogno più di altro. E quel qualcosa sei tu, Kame…” sorrise “E’ sempre stato così, per me. Anche se il Mondo esplodesse ora e io restassi in vita, senza di te, non avrebbe senso nulla… nemmeno la vita stessa” inghiottì “Eppure, se invece fossi tu quello a rimanere in vita, allora tutto avrebbe senso e io sarei felice perché anche tu lo saresti…” sospirò e si passò una mano tra i capelli.
Era così difficile…
Eppure lo sentiva nel cuore tanto forte da fargli male.
Quindi doveva dirlo.
“Vedi, Kazuya, se tu non fai parte della mia vita, allora io sono come un involucro vuoto che si muove e parla, ma che non ha anima… perché sei tu la mia vita, Kame… e lo so che questo paesaggio e le mie parole non sono abbastanza… ma non so descriverti il mio amore in nessun’altro modo perché è davvero troppo intenso quello che provo per te… che le parole… a volte non esistono…”.
Entrambi sentivano gli occhi bruciare.
Entrambi sentivano il cuore battere impazzito.
Entrambi vennero feriti dalla luce del primo raggio di sole.
Il cielo cominciò a diventare più rosa e a poco a poco più giallo e poi trasparente.
Il sole che sorgeva lasciava mille scie abbaglianti dei suoi raggi su tutta Tokyo rendendo il paesaggio quasi irreale.
Kazuya portò le mani a coprire la bocca socchiusa.
Gli occhi umidi di pianto, adesso erano velati anche di commozione davanti a un tale spettacolo della natura.
“Vedi quest’alba, Kame? E’ come il mio amore per te. Eterna, imperturbabile, costante. L’alba ci sarà sempre come sempre ci sarà il mio amore assoluto per te…”.
Jin non sapeva parlare.
Di solito sbagliava mille parole al secondo e ne azzeccava una alla settimana, ma questa volta, pensò Kame, questa volta è stato davvero perfetto…
E Kazuya non poté fare altro che scoppiare a piangere.
Jin non sapeva parlare, era vero, ma questa volta aveva detto esattamente quello che Kame voleva sentirsi dire.
Portò una mano a stringere quella del Bakanishi e affondò il viso nel suo petto, lì dove la maglia pesante non copriva lo sterno.
“Ti amo…”.
Kazuya non riuscì più a tenerselo dentro.
Era davvero troppo tempo che voleva dirglielo di nuovo.
“Ti amo con tutto il mio cuore…”.
“Anche io ti amo con tutto il mio cuore…”.
E lo aveva dimostrato.
Davvero.
Per una volta
Aveva fatto la cosa giusta.
Kazuya sorrise.
Sì, potevano di nuovo iniziare.
Insieme… (*17)
Le bocche incollate, sigillate, strette l’una all’altra in un abbraccio rovente tanto quello delle loro braccia.
Si stringevano fortissimo, intensamente, timorosi quasi che l’altro potesse scivolare via senza avere la possibilità di accorgersene.
Il timore che tutto potesse di nuovo finire era forse più intenso del piacere stesso.
Entrambi scossero la testa.
Non dovevano pensare al passato, ma concentrarsi solo sul loro presente che si stava rivelando sempre più caldo…
“Jin…”.
Kamenashi ansimò intensamente mentre le labbra dell’altro giocherellavano sul suo collo, leccando e succhiando.
Quando la pressione si fece più intensa, Kamenashi ebbe la netta impressione che Jin aveva lasciato il primo di una lunga serie di marchi sul suo corpo.
La truccatrice l’avrebbe ucciso…
Ma a lui non importava.
Voleva essere marchiato da Jin, come sua proprietà, perché stavolta voleva essere l’unico e il solo…
“Jin…”.
“Ti amo”.
Ed erano proprio le due parole che Kame voleva sentire.
Per un volta (la seconda in poche ore, a dire il vero) il Bakanishi aveva detto la cosa giusta nel momento giusto.
“Anch’io ti amo… tanto…”.
E Kame non aveva sentito mai niente di più vero uscire dalle sue labbra.
Passò le mani tra i capelli folti e scompigliati di Akanishi, aggrovigliandoli ancor di più.
Adorava quei capelli.
Erano corposi come la presenza di Jin nel suo cuore, ma al contempo leggeri come una foglia al vento.
Erano una contraddizione vivente, come Jin.
“Va tutto bene?” chiese Akanishi, fissandolo un attimo negli occhi, di sfuggita, continuando a scendere sui capezzoli e sul petto.
Era un po’ che giocherellava con la pelle morbida di Kazuya.
“Certo…” ansimò Kazuya quando i denti di Jin sfiorarono sensualmente uno dei suoi capezzoli.
Spostò le mani sulle spalle e le spinse forte sulla carne.
Era così morbido…
Senza maglietta, Kame poteva chiaramente vedere quella carne in più che il dietologo stava cercando di togliere di dosso a Jin con una dieta ferrea, e per quanto la cosa lo facesse sorridere di fronte alle maniglie dell’amore che uscivano dai jeans militari, lo trovò stupendo come non lo aveva trovato mai.
“Ti amo con tutto il cuore…” sussurrò, afferrandogli il viso e portandolo di fronte al proprio, baciandolo intensamente.
Fu un bacio umido, intimo.
Fu il più bel bacio che si erano mai scambiati.
Jin strusciò il proprio naso contro quello di Kazuya, sorridendo teneramente.
“Sei bellissimo…” sussurrò Akanishi, baciandogli un’altra volta le labbra.
Kazuya sorrise a sua volta e, facendo forza sui fianchi, invertì le loro posizioni, finendo sopra Jin.
Gli carezzò il petto e lo sentì morbidissimo sotto le sue mani: “Come amo la tua ciccia…” ridacchiò.
“Ritiro tutto. Non sei bello affatto!” rispose offeso Jin, di fronte al chiaro scherno di Kamenashi.
“Ho detto che la amo, baka (*18)…” sussurrò, chiudendo la bocca contrita di Jin con la propria con un gesto veloce, succhiandogli intensamente le labbra.
Intanto le mani di Kame continuavano a vagare sul petto di Jin, giocherellando anche con l’ombelico ormai privo di piercing ma coperto da un leggero strato di peluria.
Ne seguì la direzione fino ad arrivare all’elastico dei boxer, sotto i jeans slacciati.
Sorrise.
“Mi indicano la via…” cantilenò, malizioso, sorridendo sulle labbra socchiuse di Jin.
Quindi portò ancor più in basso la mano e afferrò il sesso di Jin.
Cominciò a muovere la mano avanti e indietro, strusciando il palmo della mano contro la carne bollente di Akanishi.
Era tantissimo tempo che non gli capitava.
Con Sho avevano fatto cose simili, ma era niente confrontato a quello che provava quando c’era Jin ad ansimare sotto di lui…
“Kame…”.
Il tono di Jin era implorante, chiaro come il sole alle orecchie di Kazuya.
Voleva di più.
E Kazuya non era di certo lì per non accontentarlo…
Quindi scese lentamente con la bocca, leccando il petto in un’umida linea verticale fino a sentire la peluria di Jin e poi giù, fin dove ora c’era solo la sua mano.
Si posizionò meglio tra le gambe di Jin e, abbassando di un po’ i pantaloni e i boxer grigi, diede un primo bacio.
A cui seguì un secondo e un terzo e ancora e ancora, fino a quando Jin non venne con un gemito roco: “Ah… Kazu-chan…”.
Quando la bocca di Kame toccò di nuovo quella di Jin, quest’ultimo percepì chiaramente il suo sapore all’interno della bocca del suo amore.
Era una sensazione bellissima, perché niente era più bello che stare così con Kazuya…
Si sfilò i pantaloni e i boxer e subito Kamenashi lo imitò.
Quando le loro carni entrarono di nuovo in contatto, un brivido intenso attraversò entrambi.
“E’ bellissimo anche solo sentire la tua pancia a contatto con la mia…” sussurrò Jin, baciandolo dolcemente, stendendosi sopra di lui con lentezza.
“Quello che verrà dopo sarà ancora più bello…” sussurrò Kazuya, afferrandogli il viso con le mani e baciandolo intensamente.
“Lo so…” sussurrò Jin con un sorriso, baciandogli il mento mentre con una mano correva giù, lì dove Kame era più caldo e morbido, dove la carne era tenera e accogliente, lì.
Dove presto il suo corpo sarebbe entrato per procurargli tutto il piacere possibile.
“Sei pronto?” sussurrò Jin, a un passo dalla bocca di Kazuya, che stava continuando a baciare con passione.
“Sì…” ansimò Kame, afferrandogli le spalle mentre il corpo di Jin, lentamente, spingeva per entrare nel suo.
Kame chiuse gli occhi.
Era davvero troppo tempo che qualcuno non entrava nel suo corpo…
Si era divertito con altre persone, ma nessuno era mai entrato in lui.
Forse proprio per questo aveva preferito trastullarsi con delle donne piuttosto che con degli uomini…
Scosse la testa.
Non doveva più pensarci.
Adesso, doveva solo concentrarsi su quello che stava succedendo e su Jin che, dolcemente, cercava di non fargli male…
“Scusa…” gemette Jin, spingendo un po’ più forte.
Kame lo strinse forte, affondando le dita magre nelle spalle di Akanishi: “Ugh… niente…”.
“Ti amo tanto, amore mio… scusa… scusa se ti faccio male…”.
“Non fa niente…”.
Kame lo strinse forte.
Non era mai stato così dolce, così tenero e appassionato con lui…
Gli baciò una tempia mentre il corpo di Jin cominciava ad entrare ed uscire dal suo.
Continuava a sentire un poco di bruciore, ma ben presto percepì anche qualcos’altro…
Un piacere fievole, all’inizio, poi sempre più intenso…
E quando Jin spostò il proprio corpo e colpì quel punto all’interno di Kazuya, questi non poté fare null’altro che sciogliersi tra i loro corpi in un gemito roco, seguito da Jin che sigillò il loro atto d’amore con un dolce bacio sulle labbra…
“Grazie…”.
Il suono del telefono, l’indomani mattina, fece svegliare di soprassalto i due ritrovati amanti.
“PRONTO!” sbraitò Jin, afferrando il cellulare di Kame con uno strattone.
“Ehm… ciao, Jin… buongiorno anche a te…” pigolò la voce incerta di Yuya, terrorizzato dall’inaspettato incontro (o sarebbe meglio dire scontro?) vocale con Akanishi.
“Cosa diavolo chiami a fare alle nove e mezza del mattino?” sbraitò ancora il Bakanishi.
Kame, in silenzio, poggiato su un fianco, ascoltava cercando di capire con chi stesse parlando.
“Guarda, idiota, che sono le undici…” puntualizzò Yuya.
Jin sbarrò gli occhi e schiacciando Kame col suo (non irrilevante) peso, si sporse tanto da afferrare la sveglia posta sul comodino.
Fissò i numeri rossi con terrore.
Le undici e sette minuti.
“MA PORCA PUTTANAAA!” urlò, chiudendo il cellulare in faccia a Yuya e facendo prendere un colpo ad un ormai in fin di vita Kazuya.
“Cosa diavolo urli? E poi spostati, che non sei un peso piuma!” sbraitò Kame a sua volta, scansandoselo di dosso.
Jin ignorò il commento assai poco lusinghiero del suo ragazzo e, piazzandogli davanti alla faccia la sveglia, lo fissò a occhi sbarrati.
Kazuya fissò per un attimo l’oggetto prima di portare uno sguardo molto scettico sul suo ragazzo.
“Che c’è?” chiese Jin, sulla difensiva.
“Secondo te cosa cazzo posso vedere se mi mostri il retro della sveglia?”.
Jin sbarrò gli occhi e fissò l’oggetto che aveva in mano.
Si accorse quindi di avere i numeri dalla parte della sua mano e non davanti agli occhi di Kazuya.
Così, velocemente, la girò e quando Kazuya lesse le undici e dieci, cacciò un urlo assurdo: “PORCA TROIA!”.
“Esatto!” concordò Jin.
“Dovevamo incidere il Nuovo Singolo!” urlò ancora Kame, con enfasi “Alle dieci!”.
“Esattamente” concordò ancora Jin.
“SMETTILA DI DIRE ESATTAMENTE E ALZA LA TUA INGOMBRANTE CICCIA!” lo rimproverò Kame, strattonandogli un braccio.
“COME, PREGO?” sbraitò Jin, alzandosi in piedi e vestendosi alla velocità della luce, imitato da Kame.
“Ingombri. La tua ciccia è troppa e non entriamo entrambi nel letto! Obeso!” lo offese ancora Kamenashi, allacciandosi la zip dei pantaloni.
“Compenso te, che sei un grissino!” lo rimbeccò Jin, chiudendosi i bottoni della camicia bianca.
“Meglio grissino che maiale!” lo offese di nuovo Kazuya, infilandosi le scarpe in volata.
Dietro di lui, sentì Jin sopraggiungere rimbrottando a destra e manca.
Continuarono a bisticciare per tutto il tragitto e anche una volta arrivati.
Ma d’altronde, pensò Kame, è proprio così che continuiamo ad amarci…
**FINE**
(*1) Tatami: Pavimento tipico Giapponese composto da lunghe tavole rettangolari di paglia di riso intrecciate e pressate. Può avere diversi spessori (il più usato è sei centimetri) e le misure più frequenti sono 90 per 180 cm o 85 per 180 cm. Vi si può camminare sopra solo scalzi o con i calzini (senza buchi, possibilmente, altrimenti per i Giapponesi siete dei maleducati).
(*2) Shinjuku: Quartiere di Tokyo. Famosa per i grandi centri commerciali e gli uffici amministrativi. Anche la stazione di Shinjuku è una delle principali e più frequentate del Giappone quotidianamente da migliaia di persone al giorno (circa due milioni al giorno). E’ anche la sede del Palazzo del Governo, della Waseda University, degli Yakult Swallows (squadra di baseball) e della Caserma di Forza di Autodifesa Giapponese. Inoltre, a chi potesse interessare, Shinjuku è famosa per i cinque sexy shop (Kabukicho, Okubo, Shinanomachi, Shinjuku ni-chome e Takadanobaba) e per il quartiere gay (Shinjuku ni-chome), il più grande del Giappone.
(*3) Yuya: E’ davvero il fratello più piccolo di Kamenashi, non me lo sono inventato. Dovrebbe avere un anno o due meno di Kazuya, ma non ne sono sicura. Quel che so è che gli somiglia in maniera quasi spaventosa!
(*4) Gomenne: Scusate in Giapponese.
(*5) Konnichiwa: Ciao/Buongiorno in Giapponese.
(*6) Sho desu: Letteralmente “Sono Sho”. Desu (che si legge des) è il verbo essere, in Giapponese.
(*7) Aligafou: Che ovviamente sta per Arigatou, che è Grazie in Giapponese.
(*8) Keep the Faith: Singolo dei KAT-TUN uscito il 21 Novembre 2007.
(*9) Aveva bisogno di vedere la bocca piccola e con quella forma così particolare che gli ricordava tanto un cuore: Famosa “Bocca a cuoricino”, come la chiama Gioia. Essendo questa Akame una Fan Fiction per il suo compleanno, mi è sembrato carino descrivere la bocca di Kame come piace descriverla a lei!
(*10) Yukan Club: Drama del 2007 in cui recitano Jin e Junno oltre Yu dei KANJANI8.
(*11) Akanishi-san: Il –san è un suffisso formale che usano i Giapponesi per riferirsi a persone con cui non hanno rapporti personali ma di cui hanno comunque rispetto.
(*12) “SEMBRI UN PANDA!”: Piccolo omaggio ad Amanta e ai suoi sproloqui sul PV di Keep the Faith! XD!
(*13) Futon: Letto tipico Giapponese composto da un materasso poggiato direttamente a terra, da un piumone e da un cuscino. Difficilmente vengono lasciati fuori durante il giorno. Infatti si possono ripiegare e posare in uno degli armadio a muro di cui sono provviste le case Giapponesi.
(*14) Ohayo: Buongiorno in Giapponese.
(*15) Moshi Moshi?: Corrisponde al nostro “Pronto?” in Giapponese.
(*16) Itte: Fa male in Giapponese.
(*17) Tutta la scena delle luci della città e del discorso è ispirata a Cime Tempestose e l’idea me l’ha data Moglie, che ringrazio.
(*18) Baka: Stupido in Giapponese. Da qui Bakanishi che è la combinazione della parola baka con il cognome di Jin, Akanishi. Bakanishi, quindi, si potrebbe tradurre come Stupido Akanishi.